lunedì 21 febbraio 2011

LUCE - COLORI - FORMA


 CARLOS CASTANEDA E LA PRESUNTA VISIONE TOLTECA



L’arte degli stregoni non sta nello scegliere quanto nell’essere abbastanza sottile da acconsentire”.
(Castaneda)

“Ho desiderato allontanarmi
dal sibilo delle trascorse menzogne
e dall’urlo eterno degli antichi terrori
che più mostruoso ingigantisce mentre il giorno
s’inabissa oltre le colline del mare profondo…
Ho desiderato allontanarmi ma ho paura:
un alito di vita, ancora non spento, potrebbe esplodere
dalla vecchia bugia che brucia ai miei piedi,
e, scoppiando alto nell’aria, spegnermi lo sguardo.”
Dylan Thomas
Ognuno di noi può compiere un movimento dal visibile all’invisibile, pur restando nel campo delle possibilità umane, ma c’è chi ha fatto di più e ha tentato di oltrepassare anche il mondo strutturato a misura umana.
Questo avanzamento oltre ogni limite del conoscibile, è lo sciamanesimo, possiamo considerarlo l’estremo tentativo della mente di penetrare l’ignoto.
C’è stato un ricercatore, o forse un sognatore, che ha affermato di essere penetrato per 37 anni nella visione magica di una civiltà perduta, prima come apprendista e poi come sciamano, si chiama Carlos Castaneda ed è uno degli scrittori più famosi del mondo.
La sua opera consiste in tredici libri e forma un progressivo diario di iniziazione magica, un vero e proprio testo esoterico, sconcertante manuale di magia che ha affascinato milioni di lettori in tutto il mondo.
I suoi libri sono:
1971 – Una realtà separata
1972 – Viaggio a Ixtlan
1974 – L’Isola del Tonal
1977 – Il Secondo Anello del Potere
1981 – Il Dono dell’Aquila
1984 – Il Fuoco dal Profondo
1987 – Il Potere del Silenzio
1993 – L’arte di Sognare
1997 – Tensegrità
1997 – Il lato attivo dell’infinito
1998 – La Ruota del Tempo.
Poiché essi costituiscono un intero sistema magico, dovrebbero essere letti uno dopo l’altro nel loro ordine. Non sono un romanzo, non sono stati scritti per divertire, sono il diario di una iniziazione, cosa lenta e precaria, che non tutti possono capire.
Noi non abbiamo abbastanza elementi per dire se Castaneda ci abbia realmente descritto il sistema magico dei Toltechi, popolo ormai scomparso dal Messico, il che farebbe dei suoi libri un documento eccezionale sull’esoterismo antico, o se abbia creato dal nulla in modo immaginifico una complessa e sistematica visione metafisica. Non abbiamo sufficienti elementi di scelta o giudizio per valutare la sua opera, ma su un piano sottile forse questa precisazione non ha nemmeno importanza e chi ha già sperimentato in sé un percorso di magia può ravvisare nelle sue descrizioni qualcosa che ha conosciuto direttamente, anche se solo pochi riescono a identificarsi in tutte le sue visioni magiche fino alle ultime incredibili esperienze.
Nei suoi tredici libri Castaneda costruisce anche un vero sistema filosofico, un sistema cognitivo di incredibile potenza, che sfora dall’ambito della percezione umana ordinaria per entrare nella percezione paranormale.
Se questo diario possa funzionare anche per altri come sistema propedeutico alla magia, non saprei dire. Non credo che la sensitività sia una facoltà che si sviluppi per osmosi, per insegnamento o per imitazione, anche se Castaneda ha un suo maestro Don Juan, che lo avvia alla percezione magica del mondo. Purtroppo nel nostro mondo occidentale non ci sono Don Juan, non ci sono iniziatori di magia, ci sono solo falsi maestri che non insegnano alcuna pratica magica, vendono solo fumo, ed è quindi per noi molto più difficile capire che i confini del mondo sono molto più ampi di quello che siamo abituati a considerare, e che la nostra mente può superare se stessa e spaziare in modalità sconosciute e affascinanti.
Ogni iniziazione ha i suoi tempi e il suo enigma, ma noi viviamo in una civiltà arida e senz’anima, dove anche le chiese hanno perso carisma e spiritualità e dove l’uomo rimane solo davanti al mistero dell’universo, di cui comprende una parte troppo piccola per definirsi interamente umano, ma se l’essere umano si pone di fronte all’universo con la modestia e l’arrendevolezza del neofita, lasciando cadere incredulità e disprezzo per ciò che non conosce o che non capisce, io credo che l’universo possa premiarlo, aprendo la sua mente oltre ai limiti del suo conosciuto.
C’è chi ha una facoltà magica per nascita, e chi, come me, si è ritrovato immerso di colpo in una diversa percezione del mondo senza sapere come questo fosse avvenuto, e che, dopo una morte annunciata, si è ritrovato miracolato nel corpo e sbalzato di colpo in 29 anni di esperienze paranormali, e poi abbia perso di colpo la sua magia rientrando nella normalità senza spiegare nemmeno come questo sia successo.
Stiamo qui parlando di una forma di conoscenza che si apre solo a poche persone, che conserva tutto il suo enigma, che è preclusa alla maggioranza e più spesso, nella nostra cultura, viene vilipesa e derisa dall’ignoranza delle masse.
Avendo avuto esperienze da sensitiva, mio malgrado,a per 29 anni, ho trovato di estremo interesse Castaneda e ho riscontrato tante rispondenze tra le cose che lui racconta e le mie percezioni, anche se non ho raggiunto le sue vette e ho fatto fatica a capire i suoi ultimi libri.
Mi è piaciuto anche il modo con cui ha descritto certe percezioni, come quella di se stesso come una cipolla, o dell’energia fiammeggiante che circonda gli esseri umani.
Ormai sono passati alcuni anni da quando ho perso di colpo tutte le mie facoltà e a volte penso di essermi solo sognata questo periodo lunghissimo di sciamanesimo naturale, eppure questo c’è stato e ha attratto verso di me centinaia e centinaia di persone da tutte le parti d’Italia, persone che volevano essere raccontate, che volevano che qualcuno mettesse insieme la loro storia col suo senso, persone che volevano ritrovare il proprio centro e sentirsi dire per quale motivo erano venute a nascere, quali erano le loro risorse, e quale era il compito della loro vita. Molte di queste persone erano disperate, qualcuna pensava al suicidio, e io spero veramente di averle aiutate a comprendersi, a volersi bene, a vedere una luce nel loro futuro. Poiché di molte di queste persone non ho saputo più nulla, se qualcuna di loro mi legge, avrei piacere che mi dicesse se le predizioni sul loro futuro si sono avverate e se l’incontro con me li ha aiutati nella loro vita di allora.
Castaneda è morto il 27 aprile 1998, a 73 anni, è vissuto lontano dal mondo e dalla curiosità della gente, sempre circondato da un alone di mistero. Solo dopo la sua morte si è conosciuto il suo viso, perché la moglie ha pubblicato la sua fotografia, era un uomo di cui non si sapeva nulla, ma che dal suo eremo ogni tanto pubblicava una tappa del suo straordinario diario personale, diario che in tutto il mondo milioni di lettori fedeli hanno letto avidamente.
Castaneda era peruviano, etnologo e antropologo all’Università della California, uno studioso universitario di tipo occidentale.
Nel 1968, a 43 anni, andò nel deserto del Messico (a Sonora) per studiare una pianta allucinogena, il mescal o meztcal, considerato dagli indigeni uno dei 12 dèi messicani.
Castaneda arriva dunque nel deserto messicano per studiare il peyote. Gli viene indicato come esperto un vecchio indio Yaqui, di nome DON JUAN MATUS, uno yerbero, cioè un conoscitore di piante. L’indio ha il viso cotto dal sole, la pelle molto scura e profonde rughe, i suoi capelli sono corti e bianchi. All’inizio parla un dialetto assurdo, poi il suo eloquio diventa sempre più fluido ed esatto. Castaneda attraversa una crisi esistenziale. L’indio gli chiede: “Cosa sai della conoscenza?”, lui risponde che ha una laurea universitaria, ma l’indio non parla dei titoli accademici, parla della conoscenza diretta del mondo.
Sai qualcosa del mondo attorno a te? Senti mai il mondo attorno a te? Devi sentire tutto altrimenti il mondo perde il suo senso”.
Agave del mescal
Comincia il primo insegnamento, cambiare la percezione può voler dire cambiare il senso della vita.
Quando Castaneda avanza dei dubbi, l’indio gli dice: “Tu parli come uno stupido. Vuoi tenerti stretto ai tuoi argomenti anche se non ti sono di nessuna utilità. Vuoi rimanere te stesso o vuoi stare meglio?… Tu non sei completo. Tu non hai pace. Pensi troppo a te stesso. E questo ti dà una strana stanchezza e ti lascia solo problemi”.
Un anno dopo Don Juan gli rivelerà di essere un brujo, uno stregone, un uomo di conoscenza magica. Don Juan è un nagual, uno degli ultimi iniziati dell’antichissima conoscenza magica tolteca. I due uomini sono molto diversi ma forse lo stregone vede qualcosa nell’aura di Castaneda che gli fa capire che può prenderlo come allievo. Un veggente sa capire quando un altro può diventare veggente, c’è un’affinità per cui due nature simili si riconoscono. Dunque da studioso esterno Castaneda diventa un apprendista stregone e comincia a studiare “l’arte di plasmare l’universo“.
Don Juan è uno sciamano. Lo sciamanesimo è un insieme di credenze diffuso ovunque nel mondo. ‘Sha man’ vuol dire uomo di conoscenza, uomo che sa, uomo di sapere ma anche di potere. Il termine ‘sciamano’ nasce in Siberia presso i Tungusi ma la sua funzione si ripete inalterata presso molti popoli dell’Asia, America, Oceania ecc.
Lo sciamano è un medium che nella sua comunità gode di alta considerazione perché ha capacità cognitive superiori, è guaritore, sacerdote e messaggero degli spiriti.
Noi siamo circondati da energie intelligenti, invisibili, forze spirituali consapevoli, che possono essere evocate e controllate e stanno in altre dimensioni, parallele alla nostra. Lo sciamano è un viaggiatore interdimensionale, un essere di energia straordinaria che riesce a entrare in questi altri mondi e a contattare le forze aliene che li abitano, è un intermediario tra dimensioni, che usa il viaggio mentale o lo spostamento dell’energia per attingere o manifestare poteri, per avere la vera conoscenza del mondo o per aumentarne il benessere.
Carlos inizia così il suo viaggio iniziatico con lo stregone, un viaggio all’interno della magia tolteca, l’antico sciamanesimo, come fu tramandato attraverso lunghissime generazioni.
Con vari rituali, nel tempo, gli sciamani hanno perfezionato l’arte di arrivare a uno stato di consapevolezza intensa, in cui è possibile spostarsi nell’energia e contattare mondi alieni.
L’iniziazione di Castaneda dura 13 anni e la sua applicazione nello sciamanesimo durerà 37 anni, oltrepassando la morte del maestro.
Castaneda è l’ultimo allievo, quello che chiude la serie degli sciamani toltechi. Egli non è stato scelto dallo stregone ma dalle forze impersonali dell’universo. Così Castaneda avanza nel sistema di conoscenza esoterico e i suoi libri descrivono le tappe della sua iniziazione.
Dapprima lo stregone gli provoca rapide modificazioni di coscienza con tre piante psicotrope, peyote, herba del diablo e psylocybe, un fungo allucinogeno, poi gli insegna tecniche più elaborate per destrutturare la mente e posizionarla su una nuova percezione di realtà.
Ingerendo il peyote, Castaneda entra in uno stato di realtà modificata.
Don Juan gli spiega che non ha allucinazioni ma vede gli aspetti concreti di un’altra realtà. Il mescal lo guida a incontrare certi poteri, il mescal è un maestro che sconnette la coscienza dalla parte corporea, ma quello che Castaneda percepisce è così assurdo che non ha categorie per capirlo e deve trovare ‘nuove unità di significato’.
Le piante psicotrope gli mostrano in modo rapido che c’è non una sola realtà ma tante.
Peyote
Nel suo lungo diario, per 37 anni, Castaneda descrive puntualmente tutto quello che avviene tra lo stregone e lui con la progressiva apertura a nuovi livelli di realtà. Dapprima è spettatore di quei mondi, poi lentamente ne diventa protagonista, cioè si fa stregone, entrando nella realtà separata.
I suoi tredici libri vanno letti in ordine, come capitoli successivi di un apprendistato e formano una delle opere più originali del mondo, lo studio della magia di una civiltà perduta attraverso l’esperienza di un uomo moderno, un diario progressivo, molto dettagliato, che apre a poco a poco all’attenzione la struttura di un esistente stupefacente, attraverso una percezione modificata, una realtà parallela.
Noi abbiamo molti scritti su taoismo, tantrismo, lamaismo ma non sappiamo nulla della magia tolteca e, se questi libri di Castaneda fossero veritieri, avremmo qui per la prima volta un intero sistema sciamanico, la testimonianza di un sistema sapienziale ormai scomparso, un’opera unica nel suo genere.
Don Juan è uno strano personaggio, brusco ma anche amorevole, beffardo ma anche paziente, a poco a poco conduce l’americano sulle soglie di un altro mondo possibile. Castaneda è l’allievo perfetto, testardo, tenace, profondo, ubbidiente, coraggioso. L’ambiente è il deserto sassoso collinare del Messico nord occidentale, luogo primitivo e povero, spoglio e pauroso, con secchi cespugli, sole a picco, coyote, serpenti, aquile… Gli altri personaggi del diario sono indios poveri e macilenti, soprattutto donne indie selvagge dalle personalità potenti, vere streghe inquietanti in grado di operare trasformazioni terribili.
Castaneda dice: “Don Juan minacciava la mia idea del mondo”. Lo stregone lo destrutturava. Ciò che chiamiamo ‘REALTA’ ’’ non è un dato oggettivo che ci limitiamo a ricevere ma un costrutto mentale, il risultato di un lavoro storico sociale di elaborazione del pensiero, frutto di cultura e abitudine, in cui anche le modalità percettive più elementari sono condizionate.
Noi non riceviamo la percezione oggettiva del mondo, ma costruiamo un mondo per induzione sociale e culturale. L’albero che vediamo non è l’albero come è ma una interpretazione mentale strutturante, una interpretazione storica e personale, e l’intero mondo è un repertorio infinito di interpretazioni.
Noi lanciamo sguardi distratti alle cose ma sappiamo ben poco dell’intero flusso di energia che ci viene da esse… Tutti guardano, ma ben pochi vedono. Essi sono i veggenti… Lo sciamano è un uomo che mette tutto se stesso in ciò che fa e qualunque cosa faccia lo fa per la conoscenza. Ogni sciamano segue la sua via della conoscenza. Può darsi che conosca ballando, ma allora non ballerà come un uomo comune, ballerà con tutto quello che ha, e ballare sarà il suo particolare modo di conoscere, cioè di essere nell’energia.”
Tutto ciò che siamo, tutto ciò che vediamo, l’uso dei sensi più ordinari, tutto viene imparato, è frutto di un imprinting continuo che è stato esercitato su di noi. Siamo strutturati e programmati come un computer, per cui impariamo ad usare le nostre funzioni, i nostri organi, la nostra mente in un modo culturale prestabilito e non in un altro.
Questo produce una certa visione della realtà.
Don Juan mostra a Castaneda come questa percezione sia relativa. Ma, per cambiare la visione ordinaria, occorre prima di tutto cambiare comportamento, lasciarsi andare ad una nuova mobilità e leggerezza. 
Tu sei spaventato – gli dice Don Juan- perché ti senti troppo maledettamente importante. Sentirsi importanti fa diventare pesanti, sgraziati e vani. Un uomo di conoscenza deve essere leggero e fluido”.
La nostra mente crea la configurazione di un mondo possibile, uno degli infiniti mondi percepibili, ma soggetti di cultura o tradizione diversa possono percepire realtà diverse. Se poi si confrontano le visioni di culture molto lontane tra loro nel tempo o nello spazio le differenze aumentano, e differenze enormi esistono tra la visione ordinaria del mondo e una visione sciamanica.
Mentre l’uomo comune usa la percezione in modo superficiale, attingendo scarsamente al flusso di energia che forma le cose, lo sciamano cerca di raggiungere una realtà completa, vive nell’energia, attingendo a una forza universale molto difficile da definire che Don Juan chiama l’INTENTO, “qualcosa che non appartiene alla fisicità dei sensi né a quella del cervello e trascende il mondo come lo conosciamo… una forza dell’universo smisurata e indescrivibile”.
L’Intento è uno strumento diretto di conoscenza dell’energia dall’interno, la visione diretta di essa da parte del nostro corpo energetico. “Il corpo- dice lo stregone- è un’unità energetica, un’onda, ed è con esso che possiamo percepire gli altri corpi come unità energetiche.”
Lo stregone usa strumenti cognitivi diversi da quelli ordinari e percepisce realtà diverse, passa da un mondo a un altro, anch’esso coeso e intrinsecamente necessario, dimostrando che quella che crediamo realtà oggettiva è solo una costruzione mentale, una delle tante possibili. Noi non sapremo mai cosa sia l’energia in sé, possiamo solo sapere come il nostro pensiero costruisce il mondo. Cambiare le coordinate conoscitive apre mondi alternativi.
Noi costruiamo un certo tipo di realtà, ma potremmo costruirne altre. Non c’è nulla di oggettivo in quello che percepiamo. La realtà è il frutto di una programmazione mentale. Se cambia il programma, cambia la percezione della realtà. Qualche volta noi siamo in grado di fare questa variazione, altre volte essa semplicemente accade, senza che abbiamo fatto nulla per attuarla.
La magia è il potere di comunicare con altre realtà. “Mag” è una radice antichissima che vuol dire “potere“, “potenza”. Lo stregone, come lo sciamano, come lo yogi o il guru, è un “uomo di potere“. Non abbiamo qui solo un sistema di conoscenza, ma un sistema di potere.
La magia è uno stato di consapevolezza intensa. E’ l’abilità di concepire qualcosa che sfugge alla percezione ordinaria…Non c’è bisogno che venga nessuno a insegnarci la magia. Occorre solo che un maestro ci convinca dell’incalcolabile potere che abbiamo sulla punta delle dita.”
Il passaggio dalla sensazione come abitudine alla percezione come viaggio è un evento magnifico ma rischioso. Modificare il programma mentale può portare alla follia e alla disgregazione psichica.
Anche un folle percepisce altre realtà come un tossico o un alcolizzato, la differenza con lo sciamano è che il folle o il tossico o l’alcolizzato sono dominati dalle loro visioni mentre lo sciamano le controlla.
Ma per entrare nella via del controllo occorre un maestro, affinché l’uomo si muova attraverso forze che non lo distruggano.
Il potere è creativo ma anche distruttivo, è una energia terribile i cui limiti confinano con la follia, con la morte, col non ritorno. Guai a chi tenta con forze insufficienti e debole controllo mentale di forzare il mondo della percezione con droghe assunte al di fuori di un contesto sciamanico ritualizzato! Non lo aspetta una magnifica avventura ma la disgregazione della propria mente. I sensitivi visualizzano l’aura dei tossici come grigiastra e morta. Le droghe, in particolare quelle chimiche, uccidono l’energia vitale e in luogo di visioni producono allucinazioni patogene.
Nell’iniziazione vengono spostati i confini tra materia e spirito, soggetto e oggetto, dentro e fuori, energia densa e sottile, come avviene nel Buddhismo tantrico o tibetano, che implicano grandi destrutturazioni della realtà psichica.
Si parte da tecniche apparentemente fisiche e si arriva a effetti trasformativi profondi.
Sotto la guida dello stregone, Castaneda si apre a nuove percezioni e le sue esperienze diventano strane, abnormi, aliene, gli producono disorientamento e nausea e anche un vero terrore, mentre Don Juan ride di lui e della sua ignoranza.
Dapprima Castaneda si aiuta col mescalito, poi impara pratiche rituali atti a modificare il lavoro della mente senza la droga. Questo richiede un impegno fortissimo, è una via di esperienza dove si può solo essere testimoni o protagonisti.
Lo stregone gli dice: “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore/ Lungo questo io cammino /e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza”
( y la unica prueba che vale es attraversar to su largo!) “E qui io cammino guardando, guardando senza fiato!” ( y por hai recorro, mirando, mirando sin aliento!
)”
All’inizio c’è solo la contemplazione, limitarsi a guardare. Non si può far altro, si guarda la direzione della strada e si dà testimonianza di quello che si vede. A più riprese lo stregone fa entrare Castaneda in stati di coscienza modificata che gli fanno percepire realtà non ordinarie.
Castaneda penetra in altri esseri, animali o piante, corvi o peyote, impara a volare o a diventare invisibile.
L’ALLEATO è l’energia che prende una forma di animale o vegetale per aprirgli altre esperienze. 

Ritroviamo qui un equivalente delle siddhi indiane del 4° chakra, o chakra del cuore: essere invisibili, entrare nel corpo di un animale, volare…
La prima prova sembra semplice: i due sono nel patio della povera casa dello stregone e questi dice a Castaneda di cercarsi il “suo” posto, il posto dove si sentirà forte e sicuro, e poi se ne va. La cosa sembra senza senso, Castaneda impiega 6 ore per cercare, in quei pochi metri quadri, questo “suo” posto di cui non ha nessuna idea. Si mette in tutte le posizioni, si sdraia, si rotola, sentendosi sciocco e stanco, ma non cede. Alla fine, a forza di storcersi e guardare sopra e sotto e di lato, intravede nell’aria sopra il pavimento due punti, una piccola luminescenza verde (energia buona) e una piccola luminescenza rossa (energia cattiva). Quando sta nel secondo punto si sente male, gli si rizzano i capelli e le mani gli diventano artigliate. Ma nel primo cade in un sonno profondo. Il sito buono è il luogo del suo benessere, il semplice fatto di stare lì lo fa stare bene, accresce la sua conoscenza e il suo equilibrio.
La sua ostinazione paziente ha avuto un risultato, il premio della ricerca sarà ogni volta “vedere” l’energia. Ma nessun progresso è facile. Ci sono progressi che arrivano dopo anni di sforzo.
Carlos ha paura e allora lo stregone gli dice: “Così hai paura? Non c’è nulla di nuovo nell’aver paura. Non pensare alla tua paura, pensa alle meraviglie del vedere. La tua ragione non è la paura.. Il modo migliore per vivere è vivere come un guerriero. Preoccupati e pensa prima di prendere una decisione, ma una volta deciso segui la tua strada libero da preoccupazioni o pensieri. Ci saranno ancora milioni di altre decisioni ad aspettarti”.
Un altro ostacolo è l’attaccamento all’ego; quando si cerca di riportare tutto a sé stessi la strada si ferma e il cammino non procede, il movimento verso se stessi è contrario al movimento in avanti.
C’è nella mente una forza progressiva ma anche una forza conservativa. L’evoluzione richiede un certo grado di spersonalizzazione. Bisogna saper lasciare indietro l’io vecchio e non è facile.
Don Juan è maestro della magia dei Toltechi, grandi guerrieri di una civiltà guerriera, insegna dunque al suo allievo a “diventare un guerriero spirituale“, addestrandolo come se dovesse andare alla guerra e insegnandogli a essere “vigile, con giusto timore, rispetto e assoluta sincerità”.
Per procedere l’iniziato ha bisogno di “un ALLEATO”, ma la droga non è un buon alleato, il mescalito è veloce, produce rapidi movimenti di coscienza, ma è infido e pericoloso, non è controllabile, occorre suscitare un “alleato interno”, una precisa disposizione dell’energia, l’INTENTO, solo l’intento porterà l’uomo oltre i confini di sé, aprendo il contatto con una energia universale, ma questo è un lavoro lungo e paziente che nessuno ha voglia di fare, perché ognuno è pigro, non ama lavorare su se stesso e cerca miracoli veloci e a buon mercato.
Più veloce il miracolo, più inconsistente. Ciò che non cambia nel profondo non trasforma affatto. Ma l’uomo è impaziente e la ricerca è faticosa, è un lavoro di pazienza e di ostinazione, che solo pochi riescono a reggere. Il giusto adepto è quello che è più forte degli altri, si impegna più a lungo, dà tutto se stesso, resta umile, non si perde al primo ostacolo, non si ferma mai. Solo la sua pazienza e la sua purezza raggiungerà alla fine un sapere esoterico, cioè limitato a pochi, indicibile, interiore, modificativo, un sapere d’anima, non trasmissibile e inesplicabile.
Ogni cosa di grande valore comporta un gran costo in termini di energia, e il costo dei veri beni non ha un prezzo economico, è un costo interiore che impegna profondamente il cuore, richiedendo dedizione totale, lungo tirocinio, capacità di affrontare il dolore e grande pazienza.
Quando Castaneda trova il “suo” posto nel patio, ha realizzato una conquista personale. Lo stregone avrebbe potuto dirgli subito quale era il posto giusto, tanto che lo aveva segnato da subito con una piccola pietra, ma il buon maestro non è quello che dà la soluzione, è quello che spinge a cercarla. Il novizio deve trovare cercando perché ciò che non entra nella sua esperienza non entra nella sua vita, la ricerca fa parte del risultato, e senza ricerca personale non si trova nulla che abbia significato.Solo ciò che esce dal nostro travaglio, dai nostri errori, dal nostro sforzo, diventa “POTERE”, e quello è l’unico “SAPERE” vivente perché è il potere dell’energia.
A volte potere e potenza si mescolano e abbiamo cattivi stregoni, molto potenti ma molto pericolosi, che possono plagiare gli altri e farne dei servi, creature affascinanti ma infide come serpenti. Il maestro non deve essere piacevole. Il maestro deve essere duro, così farà scappare i falsi allievi.
Il percorso iniziatico che l’allievo deve compiere è molto difficile e implica la perdita di tutte le sue sicurezze, la sua destabilizzazione estrema, dunque la paura della morte. La conoscenza è terribile, ma cosa più terribile ancora è vedere un uomo senza conoscenza, perché costui vive vegetando in un sonno profondo, in uno stato di nescienza, simile a un morto vivente. Un uomo senza conoscenza è un uomo senz’anima, può avere potenza sul mondo ma non ha potere sul proprio mondo e agisce infine contro l’uomo stesso perché lo illude e lo addormenta. L’uomo che sviluppa la Vera Conoscenza ha invece il giusto potere e lo esercita su se stesso e in aiuto agli altri.
L’uomo vive per imparare, è lo scopo che ha avuto in sorte ma non impara mai ciò che si aspetta di trovare.
Ogni passo verso la conoscenza è una fatica nuova verso l’ignoto, nella trasmutazione di se stesso e dunque nell’abbandono di ciò che non serve più. Per questo tanti si fermano alla prima cosa che imparano diventando fanatici di quella, con una nuova forma di radicamento. Imparare è fatica, la fatica è più grande della bellezza, ma se l’uomo fugge da questo compito, o per terrore, o per stanchezza, per pigrizia, superficialità o presunzione, non vedrà mai la bellezza.
L’iniziato deve sfidare la paura del cambiamento e della morte, deve vincere l’inerzia, superare la pochezza, rendere più forte l’intento, solo così acquisterà la vera consapevolezza e diventerà un vero guerriero.
Un altro ostacolo è LA POTENZA, cioè l’uso del potere per gestire gli altri ed aumentare il proprio EGO. Solo colui che rifiuta la potenza esteriore per il potere spirituale e capirà che egli è solo uno strumento dell’energia, diventerà “Uomo di Conoscenza“.
Solo alla fine si evidenzierà “l’escogìto“, l’eletto, colui che è stato scelto, l’iniziato.
Essere guerrieri è una forma di autodisciplina in cui l’uomo ha profondo rispetto per tutto ciò che inerisce alla conoscenza “in quanto nel suo percorso si confronta con l’Ignoto ed è egli stesso un Ignoto.”
La paura è necessaria perché dà il senso della grandezza di ciò che si sta facendo; chi non ha paura è nell’incoscienza, la paura genera rispetto della vita ed è necessaria come la morte.
L’iniziato è colui che sta per cambiare e la morte è il supremo cambiamento che ostacola tutti i cambiamenti, ma senza di questi non c’è crescita, non c’è evoluzione.
Ogni nostro mutamento si nutre di piccole morti, non essere più quello che si era prima per diventare più evoluti di quel che eravamo.
Per questo l’iniziato sa che la morte gli cammina a fianco e che per trasformarsi deve morire. “Nel suo cammino il guerriero è solo e procede attento, oltre i suoi limiti, equilibrando terrore e ammirazione.
Ma perché entrare in mondi paralleli?” chiede Castaneda e Don Juan risponde: “Perché sei una creatura magica di consapevolezza, il cui viaggio evolutivo è stato momentaneamente interrotto da forze esterne che hanno trasformato gli uomini in vortici e li hanno fissati nel loro girare attorno”, perché noi partiamo da confini angusti ma miriamo all’assoluto, in quanto siamo creature di luce.
Energia interna ed esterna possono unirsi creando l’insperato. Il fine del viaggio è l’ampliamento della coscienza.
Don Juan dice che nella stregoneria c’è una parte concreta, di rituali e tecniche, e una parte astratta, che è la ricerca della libertà, la libertà di percepire senza condizionamento tutto quello che è possibile percepire, percepire l’essenza energetica delle cose, vedere.
Non ha molta importanza che il viaggiatore sia già un sensitivo, importa che arrivi alla purezza del guerriero, col giusto lavoro del tempo e con la totalità di se stesso. Non è lui che procede verso il sapere, è il sapere che lo cerca e che lo trova se resta puro. Occorre che egli sia fluido, duttile e non rigido, che sappia abbandonare gli schemi percettivi e conoscitivi, e si apra lasciando il riflesso distorto delle sue idee; occorre che si abbandoni al nuovo che si rivela, tenendosi vigile ma duttile, paziente ma inflessibile, mettendo da parte ciò che non comprende e lasciando che tutto si faccia chiaro nella necessità del tempo.
Il suo dovere è l’impeccabilità. 
L’azione più umile è significativa se rafforza la sua impeccabilità.
Impeccabilità vuol dire perfezione.
Con la perfezione l’energia si focalizza e diventa una forza formidabile che raggiunge il sapere, e il sapere non significa nulla se non diventa ‘potere’ cioè trasformazione.
Perfezione vuol dire dare importanza a ciò che si fa e non essere mai superficiali, cialtroni, frettolosi, impazienti o pigri.
Qualunque cosa deve essere fatta bene.
Lo sciamanesimo è un sistema magico. Qui la parola più semplice può produrre molto se diventa energia pura, mentre il sistema più sapienziale resta morto se cade in un’anima morta.
Ma se il potere esterno e il potere interno si incontrano e si alimentano possono nascere grandi cose.
Parola o azione o rito non sono magici di per sé, ma solo se entrano nel fuoco dell’anima e la trasformano.
Un’ostia è solo farina e acqua, è solo pane, ma l’ostia assunta dal puro durante la Messa ha nella sua anima una forza catartica immensa. Nulla senz’anima. Il mondo senz’anima è una cosa morta.
Lo stregone insegna a Castaneda a “MODIFICARE LO SGUARDO” accorciando la messa a fuoco: occorre camminare fissando l’aria o guardare con la coda dell’occhio, così da cogliere gli impercettibili guizzi di ciò che si muove fuori dalla nostra portata visiva.
In questo modo si può cominciare a vedere le luminescenze che circondano i corpi fisici, cioè le aure sottili.
Se il guerriero cancella la propria storia personale, le proprie aspettative, i propri schemi egoici, le abitudini interpretative, le percezioni ordinarie… se è attento e aperto, coraggioso e paziente, allora gli può accadere di superare lo spazio e il tempo e l’apparenza delle cose e può diventare ciò che realmente egli è: un essere luminoso in un mondo luminoso.
Vedere l’energia vuol dire vedere ‘con’ l’energia e ciò che appare è il corpo splendente della vita.
Quando l’uomo libererà la sua consapevolezza dai legami d’ordine sociale, l’intento potrà avviarla su una nuova via evolutiva”.
Noi siamo a un passo di distanza dal mondo. Tra noi e la realtà vera c’è il VELO DI MAIA, di cui parlano le tradizioni indiane, il compito è squarciare il velo che ci separa dall’energia assoluta così da contattarla direttamente.
Nessuno nasce guerriero, guerrieri si diventa lentamente e non basta una vita. Per questo compito dobbiamo usare molte intelligenze.
Lo stregone Don Juan insegna: “Noi pensiamo con la testa che è il centro della ragione ma sentiamo con il cuore.” La volontà sta sotto l’ombelico: “Noi sogniamo col fianco destro e vediamo col fianco sinistro.”
Solo l’esperienza convincerà la ragione e gli atti della volontà ci porteranno a vedere ciò che veramente siamo: esseri luminosi, percettivi, consapevoli, e senza limiti…
Il mondo degli oggetti apparenti, il mondo come ci appare, è solo una rappresentazione ma non esaurisce tutta la realtà, è solo ‘una’ costruzione della mente in cui restiamo intrappolati così che poi siamo incapaci di uscirne per vedere le cose in un altro modo e, quando ci accade di avere dei flash diversi di percezione, li scartiamo o rimuoviamo perché non sono inseribili nell’ordine noto. Ma il mondo che percepiamo è illusorio proprio perché è artificiale.
“Noi, dice lo stregone, siamo nati con due anelli del potere, la ragione e la volontà; se usiamo solo la ragione per creare un mondo, essa poi non ne vorrà altri, solo la volontà può fare esperienze che possono aprirci a conoscenze diverse”.
Lo stregone usa la volontà in senso magico, come spada di energia in un mondo di energia, cambiando la sua visione.
La realtà è formata da due parti, IL TONAL e il NAGUAL.
Il Tonal è il principio di coscienza, che nel neonato è solo potenziale; crescendo, l’io a poco a poco costruirà il mondo; il Tonal è il principio che organizza, codifica e configura gli oggetti di conoscenza, è l’io che conosce ovvero il principio di coscienza con i suoi contenuti.
Il Tonal prende il materiale della realtà assoluta e lo elabora trasformandolo in rappresentazione personale, ordina il caos, e dalla vacuità dell’indifferenziato trae il mondo della realtà conosciuta.
Senza il Tonal nulla di ciò che chiamiamo mondo esisterebbe, esso è l’energia che crea il mondo come conoscenza e oggetto conosciuto. Ma a un certo punto diventa geloso e totalitario e pretende che tutta la realtà sia ciò che ha elaborato, come se un ragno pretendesse che la sua tela comprendesse il mondo intero.
Tutto ciò che siamo, tutto ciò per cui abbiamo un nome, tutto ciò che facciamo o sappiamo è Tonal. 
Ma non possiamo pretendere che esso esaurisca l’intera totalità dell’essere.
La costruzione operata dal Tonal, cioè dal nostro principio di coscienza, comincia con la nascita e finisce con la morte.
Il Tonal ha la funzione di creare il mondo secondo le proprie leggi ma diventa sempre più dispotico e assolutista.
Il Tonal è ciò che conosco, è l’isola della mia coscienza, la mia realtà, l’insieme dei contenuti di consapevolezza, l’azione continua di costruzione della realtà.
Il Tonal pone in essere tutto ciò che siamo e sappiamo.
Questo insieme conoscitivo è come un’isola; l’isola è la fetta di realtà che crediamo totale. Alcuni hanno realtà più ampie, altri meno, le isole non sono simili, e ognuno vede solo la propria, ha il proprio territorio di conoscenza.
Il Tonal è come una tavola apparecchiata, su cui alcuni hanno più cose, altri meno.
Il Nagual invece è l’ignoto, tutto ciò con cui non abbiamo a che fare, che non conosciamo, che non immaginiamo nemmeno, tutto quello che cade fuori dalla nostra consapevolezza, che non è messo a fuoco dal nostro sguardo, il pensiero che pensa fuori di noi, la parte di realtà per cui non abbiamo percezione, né descrizione, o parola o sospetto.
Tutto questo avviene dentro o attorno alla mente. Ma anche la mente è un elemento della tavola e anche l’anima è un elemento della tavola e anche i pensieri sono un elemento della tavola. Anche Dio è sulla tavola, se penso a Dio.
Il Tonal è tutto ciò che penso sia il mondo, compreso l’io e Dio, è la totalità dei pensieri che penso, il conoscibile in quanto entra nella mia mente.
Il Nagual è invece ciò di cui non sono cosciente, il pensiero che fuori di me si pensa, la realtà a me inconscia, tutto ciò che non appare nell’arco del mio sguardo, che non entra nella mia consapevolezza, la realtà oscura oltre la soglia di ogni possibile percezione e idea.
Ognuno di noi ha una zona di realtà abitata, controllata e conosciuta, un’isola coi suoi confini, ma il Guerriero andrà oltre i confini, entrerà nel Nagual, diventando ‘nagual’ egli stesso, dunque sciamano, affrontando l’ignoto.
Il Nagual è l’energia che può essere a servizio del guerriero, che ne può essere testimoni ma non ne può parlare, è indicibile perché non sta sulla tavola ma fuori di essa. Là il potere si libra.
All’istante della nascita siamo tutti Nagual, realtà inconscia, poi il Tonal comincia il suo paziente lavoro per delimitare il mondo, per ritagliare l’isola del conosciuto.
Dall’oceano inconscio iniziale comincia a individuare una zona di controllo che è la nostra realtà di coscienza; alla fine questa cresce e si sviluppa tanto da negare che l’oceano inconoscibile esista e la volontà le crede perché non vuole aver paura.
Ma il Guerriero abbandona ogni sponda sicura e sfida l’oceano, si immerge nella conoscenza totale col rischio di essere travolto, perché il Guerriero sa che la nostra isola è una realtà piccolissima rispetto alla realtà assoluta e il Guerriero, sopra ogni altra cosa, è curioso. La curiosità in lui vince la paura. Perché fa questo? Perché la sofferenza di non sapere è per lui troppo forte, perché non sopporta i propri limiti, per un amore irrefrenabile di libertà.
Quando noi viviamo solo in ciò che siamo, senza andare oltre, finiamo col soffrire un senso di incompletezza, di insufficienza, una inquietudine che a volte diventa lacerante, siamo depressi e angosciati, qualcosa ci chiama oltre il conosciuto, soffriamo un senso di mancanza.
Non è facile vivere solo nel Tonal, perché la nostra stessa natura è infinita e anela a qualcosa che sta oltre, anela all’infinito. 
Se questo cammino non avviene, qualcosa muore dentro di noi e noi non stiamo più vivendo, stiamo vegetando, ci ripieghiamo su noi stessi nella ripetizione del nostro conosciuto, smettiamo di evolvere.
L’uomo ha tre facoltà, la capacità di creare, di conservare e di trasformarsi.
Se resta a un livello di mera conservazione, qualcosa dentro di lui comincia a soffrire e a morire.
L’amore è la prima forma di trasformazione, la conoscenza è un’altra grande via, lo sciamano intende ciò che fa come una via del cuore, che non coinvolge solo la sua mente ma tutto il suo essere.
Su chi lo avvicina eserciterà l’amore con vari mezzi: la guarigione dalla malattia, l’insegnamento liberatorio, la protezione contro le forze pericolose, l’evoluzione delle energie, perché ogni immobilità è morte.
Ogni cultura non ha fatto che occuparsi di Tonal e Nagual chiamandoli in molti modi: coscienza e inconscio, materia e spirito, mondo e Dio, Atman e Brahman, Tonal o Nagual, Io e Non Io… Noi riusciamo a fare coppie solo di ciò che appare sulla tovaglia, ma in fondo nessuna coppia esiste, né Tonal né Nagual, la realtà è una sola, energia che appare o non appare.
Il Nagual non lo vediamo ma il Nagual ci chiama, noi ne sentiamo la mancanza, esso è innanzitutto proprio questo senso di mancanza, la sua presenza è l’assenza, come il Dio ignoto di cui S. Agostino dice: “Quando io non ti conoscevo, tutto il mio essere aveva sete di te, tu eri questa sete”.
Come Jung aveva fatto scrivere sul frontone della sua casa: “Vocatus aut non vocatus Deus aderit”, “Chiamato o non chiamato il Dio sarà presente”
Noi non possiamo dire cosa sia il Nagual, così come un taoista non può dire cosa sia il Tao e “Il Tao che si chiama Tao non è più il Tao”, perché ciò significherebbe porlo sulla nostra tavola, nominandolo lo faremo essere altro da sé. Non sarebbe più l’inconoscibile.
Anche nel Buddhismo tibetano il mondo che conosciamo è una realtà virtuale, una proiezione del pensiero. Il pensiero può elaborare mondi e può creare o cogliere fasce di realtà diverse che corrispondono a elaborazioni mentali, ma ogni mondo non è in fondo che una costruzione mentale, una realtà ideale.
Il mondo è apparizione o rappresentazione.
L’uomo comune crede che questa sola sia la realtà oggettiva e che ogni altra realtà sia virtuale, ma lo sciamano sa, perché lo sperimenta, che le realtà possono essere molte e tutte possono sembrare vere e oggettive.
Nel Buddhismo tibetano la ruota delle vite è divisa in sei spicchi, ognuno dei quali corrisponde a una sfera di realtà, che è insieme un tipo di esistenza e un tipo di rappresentazione, ognuna è allo stesso tempo un modo di vedere il mondo e un mondo.
Ciò che uno è determina ciò che vede e viceversa.
Ogni fascia di pensiero, ovvero ogni fascia vibrazionale, individua una posizione dell’energia e un tipo di realtà percepita.
Le sei fasce vibrazionali buddhiste sono sei modi simbolici cui l’energia originaria può vibrare. Ogni vibrazione crea esseri che vedono il mondo in un certo modo, dunque vivono e sono in mondi diversi.
Queste sei fasce sono chiamate LOKA e sono: esseri infernali, spiriti affamati, animali, uomini, divinità gelose, divinità celesti.
Un giorno, presso un fiume, si incontrarono i rappresentanti delle sei Loka. Ognuno vide una cosa diversa: l’essere infernale vide fuoco e ghiaccio, lo spirito affamato vide carne e sangue, l’animale animali e pesci, l’uomo acqua da bere, il dio geloso un campo di battaglia, il dio celeste un paradiso di luce. Ognuno vide secondo ciò che e e vide il mondo per come lui era.”
I Toltechi di Castaneda parlano di 48 forme di struttura organizzata, ognuna con un coloredell’energia prevalente, per es. l’aura delle piante è rosa-giallina, quella degli insetti è verdognola…
L’aura umana ha colori fluorescenti, forti ma sottili, come i colori della luce al neon. Il tono prevalente e anche il più facile a vedersi, per la sua maggiore intensità, è quello dorato, per questo la radiazione umana si chiama AURA, luce dorata.
Il veggente vede i colori della consapevolezza, come sfumature ambrate, di un leggero rosa o verde o azzurro, come lampi o fuochi pallidi, fluorescenti o evanescenti, flash rapidi e non persistenti, movimenti o baluginii.
Con un certo allenamento dello sguardo è possibile per noi svegliare questa seconda vista, almeno per quel che riguarda le fasce di radiazione più vicine alla frequenza del corpo materiale.

PSICOANALISI - JUNG


PSICOANALISI.  5- MALATTIE PSICOSOMATICHE

 


Dobbiamo tener presente una regola fondamentale: noi siamo formati da molte parti. Ognuna di queste parla il suo linguaggio. Abbiamo un linguaggio del corpo, della psiche, dell’anima, dello spirito. Se vogliamo comunicare con una di queste parti, dobbiamo imparare il suo linguaggio, come se imparassimo una lingua straniera.
Il corpo ci manda messaggi usando un linguaggio corporeo. Può usare dei simboli generali e dei simboli specifici, per cui noi non ci ammaliamo a caso ma secondo un codice significante; in più ognuno di noi ha delle parti bersaglio che si fanno carico di comunicare qualcosa alla nostra mente, secondo il nostro temperamento personale.
Quando qualcosa nella nostra vita non va, il corpo si fa carico di dircelo usando il sintomo. E’ quello che si chiama ‘somatizzazione’. Attraverso il sintomo l’inconscio ci dice qualcosa. Il sintomo è un indicatore, una spia, di un disagio esistenziale. Dunque quello che il corpo dice ha un significato psichico. Questa fu l’intuizione non solo di Freud ma anche di un brillante medico, suo contemporaneo, Georg Groddeck (“Il linguaggio dell’Es”), il quale introdusse il concetto di ‘malattia psicosomatica’.
Groddeck riteneva che quasi tutte le malattie organiche fossero modi con cui l’inconscio parlava. Analizzava quindi i suoi disturbi, per esempio una tonsillite, e ne usava la forma come una metafora, perché il linguaggio dell’inconscio è figurativo. Se la gola si gonfiava, ciò poteva significare che la gola rifiutava, metaforicamente, di ingoiare qualche boccone amaro del vissuto. Nel suo caso specifico la sua gola gonfia indicava la ferita dell’orgoglio di dover riconoscere che certe dinamiche dell’inconscio erano state scoperte da Freud e non da lui. Una volta decodificato il messaggio, il sintomo spariva. Non era una cosa facile, ma si poteva usare il metodo delle associazioni automatiche, creando una catena di parole che portavano a galla il problema, lo stesso metodo che Freud usava per interpretare i sogni.
I nostri medici sono divisi in scuole di pensiero diverse. Ci sono medici, e perfino analisti, organicistici, che pensano che la causa del sintomo organico sia organica e cercano di curare il corpo attraverso il corpo con prodotti per lo più chimici. Nella scuola di Pisa, per esempio, le depressioni sono curate attraverso prodotti ormonali; osservando che nella depressione si hanno variazioni nella secrezione di alcuni ormoni, questa secrezione, che è un sintomo, viene trasformata in causa ed essi agiscono per modificare il sintomo.
Ci sono medici che pensano di curare il corpo in relazione al vissuto e al temperamento della persona, usando farmaci per lo più non chimici, come gli omeopati o i naturisti. Ci sono infine gli analisti della parola che cercano di trovare la causa del sintomo nel vissuto e mirano a modificare le reazioni psichiche del paziente sul suo vissuto.
Se si parte dal paziente e si considera il sintomo in relazione alla sua complessità, nasce poi l’esigenza di inserire il paziente stesso in una tipologia psico-fisica, perché non solo egli parla un linguaggio corporeo, ma può avere delle tipicità in relazione al suo temperamento specifico.
Le tipologie sono antichissime e non risalgono solo all’antica Grecia.
Ippocrate (460 a.C.) pensava che l’uomo fosse era la mescolanza di 4 umori: flegma, sangue, bile gialla e bile nera, e l’umore che prevaleva dava luogo al temperamento flemmatico, sanguigno, bilioso e malinconico. Ognuno aveva le sue caratteristiche fisiche e psichiche. La malattia derivava dall’eccesso di uno dei 4 umori.
Nella medicina cinese (Taoismo) le energie principali sono chiamate Yin e Yang e si ritiene che possano formare 64 configurazioni psicofisiche, che però variano di giorno in giorno. In più abbiamo, come in tutti i mondi antichi, le configurazioni astrali che dipendono dalla posizione dei pianeti al momento della nascita. L’astrologia cinese si basa su metafore animali (il cane, la scimmia ecc.), quella greca su costellazioni relazionate a figure mitiche (il Leone, il Cancro ecc.). I Celti avevano tipologie mensili collegate agli alberi.
Noi possiamo parlare dei 12 tipi dello Zodiaco (configurazioni basate sulla somiglianza che certe formazioni siderali hanno con figure di animali, Leone, o personaggi mitologici, il Sagittario per es., che è un centauro). Possiamo farlo in quanto Jung era un appassionato di astrologia (e anche sua figlia lo era), usava l’astrologia per i suoi pazienti (più tardi userà l’I Ching taoista) e aveva anche tentato di dimostrare un collegamento tra segni zodiacali e riuscita di coppia col suo amico Pauli, che era premio Nobel per la fisica, solo che il tentativo non riuscì per le profonde differenze interpretative dei vari astrologi.
Possiamo quindi tentare un collegamento tra tipi astrologici e organi bersaglio, precisando però che molto raramente uno è un tipo astrologico puro e che vedere dove ha il Sole al momento della nascita non basta, perché un Sole per es. in un segno di Fuoco può contrastare col resto del tema natale in una valenza diversa, Terra o Acqua o Aria, per cui le nostre complessità restano comunque troppe per poter essere etichettate in tipologie semplici.
Comunque, accettando che l’astrologia occidentale possa darci qualche lume, si dice genericamente che ogni segno zodiacale può avere un organo bersaglio, cioè che somatizza più di altri certi disagi della vita.
La ripartizione astrologica è:
Toro 21 aprile 20 maggio
Gemelli 21 maggio 21 giugno
Cancro 22 giugno 22 luglio
Leone 23 luglio 23 agosto
Vergine 24 agosto 22 settembre
Bilancia 23 settembre 23 ottobre
Scorpione 23 ottobre 23 novembre
Sagittario 23 novembre 21 dicembre
Capricorno 22 dicembre 20 gennaio
Acquario 21 gennaio 19 febbraio
Pesci 20 febbraio 20 marzo
E dunque si dice che:
le persone nate nei segni di Terra (Toro, Vergine, Capricorno) percepiscono il mondo attraverso i sensi e il contatto fisico che amano moltissimo. Pragmatici e zelanti, non credono a nulla che non sia dimostrabile empiricamente. Tenaci, sanno attendere per ottenere dei risultati ma rischiano di divenire, così, pigri e temporeggiatori.
I segni di Fuoco (Ariete, Leone, Sagittario) confidano essenzialmente nel proprio intuito. Nonostante siano spesso accusati di egocentrismo, questi tre segni dimostrano insofferenza verso espressioni di esplicita intimità da parte di qualcuno. Più passionali che sensuali, riescono, nonostante l’impulsività, ad applicarsi scrupolosamente per conseguire progetti a lunga scadenza.
I segni d’Aria (Gemelli, Bilancia, Acquario) percepiscono il mondo attraverso il pensiero. Idealisti, rischiano di essere ostacolati da impedimenti materiali non previsti. Ipersensibili agli stimoli esterni come suoni o gusti, i segni d’Aria sono divertenti, ottimisti e amanti dei giochi intellettuali.
I segni d’Acqua (Cancro, Scorpione, Pesci) vivono attraverso i sentimenti e le emozioni. Dotati di grande comprensione per gli altri, rimangono delusi quando non si dimostra loro la stessa attenzione. Abili nell’individuare le esigenze altrui per soddisfarle e raggiungere così i propri obiettivi, i segni d’Acqua sono sensibili alle critiche e ai consensi. Hanno spesso pochi amici intimi ma amano essere circondati da conoscenti. Per questa ragione affinano doti sociali come l’ironia.
ARIETE=Il capo, la testa. E’ un eccessivo e ha il metabolismo alto, tende a bruciare rapidamente tutte le energie presenti. Ha malattie da eccesso. Quando è molto squilibrato ha brevi febbri che bruciano le scorie, spesso perché mangia male e accumula tossine, le sue sono febbri terapeutiche come valvole di sicurezza. In genere non riesce a seguire posologie mediche, dopo un po’ smette di prendere le medicine, o addirittura non comincia nemmeno la cura. Può soffrire di mal di testa o di occhi e orecchi, infezioni, ferite e scottature. L’Ariete rappresenta la testa, fa un grosso lavoro mentale, può avere problemi agli occhi (specie se c’è un ascendente Toro che riguarda la vista), o ai denti o dolore alle tempie; cade spesso, come il bambino che inciampa e batte la testa e dunque ci rimette di persona.
La prima decade ha problemi alla tempia sinistra. La seconda alla calotta cranica. La terza alla tempia destra.
AQUARIO= vola via dalle radici. Le parti del corpo interessate sono le caviglie (ma su questo non sono tutti d’accordo). Le caviglie sono uno snodo importantissimo del corpo, quello dove si hanno le fratture peggiori. Indicano lo sviluppo delle radici.
CANCRO=la madre, il cibo. La parte del corpo che gli compete è quella femminile o materna: la pancia, seni, ventre, stomaco, il luogo dove nasce la vita, dove si assimila il nutrimento, o si dà il nutrimento. Spesso soffre di stitichezza, perché tende a trattenere tutto anche gli affetti. Sistema nervoso fragile. Somatizza facilmente l’ansia.
GEMELLI= la comunicazione. I suoi punti deboli sono braccia e polsi, orecchi, timpani e polmoni ma anche fegato che si stressa facilmente per troppa ambizione o accumula rabbia.
Prima decade: polsi, bronchi, orecchi, timpani. Seconda: gomiti. Terza: polmoni, braccia e spalle.
SCORPIONE=morte e trasformazione. Corrisponde alle ghiandole di riproduzione. Ovaie. Attenti all’apparato gastrointestinale (più facili le coliti che la stipsi) (buona l’argilla).
1° d. ghiandole a secrezione esterna, 2° intestino, retto e ano, 3° nell’uomo problemi ai testicoli, agli spermatozoi, alla capacità di procreare.
SAGITTARIO=la freccia. Il punto del corpo focale per il Sagittario sono le gambe. Molti Sagittari sono podisti, corridori, sciatori, viaggiatori e anche ballerini. Gambe, caviglie, ginocchia, cosce sono esposte e a rischio. Parti molto usate ma anche fragili, per cui possono avere qui della sofferenza.
La prima decade è interessata alle caviglie, la seconda alle ginocchia,
la terza alle cosce.
PESCI=l’inquietudine. E’ sempre un po’ nevrotico. Il suo punto debole sono i piedi, che non stanno mai fermi, mossi da eterna inquietudine, e non stanno mai comodi nelle scarpe, che sono sempre avvertite come strette o rigide.
La prima decade ha piedi artistici legati al ballo, alla danza classica e alla coreografia. Negli ultimi gradi abbiamo corridori e podisti.
VERGINE=la previdenza. Le parti del corpo che la riguardano sono mani, intestino tenue e crasso, cioè la pancia interna, la parte del corpo che digerisce. La Vergine soffre tipicamente di stitichezza, coliti, coliti spastiche, diarree. Non digerisce bene, perché il suo sforzo è concentrato molto all’interno. In psicoanalisi le passioni si concentrano negli intestini, nel controllo degli sfinteri e la Vergine è una passionale controllata.
BILANCIA=la seduzione. Venere ha il suo domicilio nella Bilancia e interessa una parte particolare della seduzione del corpo, la curva delle reni. Per la Bilancia i punti a rischio sono: vescica, fegato, pancreas, reni. Il rene serve a tutte le cellule e disintossica (qui abbiamo le ghiandole che filtrano e la Bilancia filtra e soppesa). La Bilancia deve stare attenta a fare diete leggere, a disintossicarsi spesso.
Prima decade: vescica. Seconda: fegato e pancreas. Terza: reni.
TORO=la forza. Punto debole la gola, il collo: tonsille, asma, ghiandole sessuali, circolazione, tendenza all’obesità. Può avere un forte odore personale. Il Toro può essere individuato già sentendolo parlare, per le inflessioni della voce, la profondità, le pause, il tono della voce. E dunque si ammalerà nella gola, nelle tonsille.
La prima decade corrisponde al naso. La seconda alla bocca e occhi. La terza alla gola, tonsille e corde vocali.
CAPRICORNO=l’ascensione. La parte del corpo che somatizza è la colonna vertebrale, le ossa, specie dopo i 50 anni, quando agisce la forza di Saturno.
La prima decade: vertebre lombari. La seconda: vertebre centrali. La terza: vertebre cervicali. Per cui sarebbe bene che il Capricorno facesse un po’ di nuoto o di ginnastica o anche del ballo.
LEONE= la solarità. Il suo organo è il cuore, il plesso solare e la circolazione. Se i Leoni controllano troppo il cuore o lo rifiutano come cosa pericolosa, scaricano sul cuore tutte le proprie pulsioni. Tendono a essere anemici e ad avere cadute dei globuli rossi, Dovrebbero mangiare carne di cavallo e fare ogni tanto un’analisi del sangue.
Potete constatare immediatamente che i casi personali possono non rientrare in questo schema, ma lo ripetiamo, ogni individuo è unico e irripetibile ed è un’entità troppo complessa per poter essere inserita in un qualsiasi schema semplice. Malgrado questa continua possibilità di scarto da una schematizzazione, in ogni tempo e luogo hanno provato a farne.
La pelle è la pagina su cui scrive la psiche. Le malattie della pelle possono essere di origine emotiva: nei, porri, formazioni sottocutanee, cisti, fibromi ecc. Questi segnali possono essere messaggi che si segnano sulla mappa corporea visibile per indicare una situazione di forte disagio e squilibrio interiore. La psiche si manifesta sul corpo. Eritemi, esantemi, eczemi, psoriasi, macchie bianche, ragadi, angiomi, screpolature, essudazioni, pelle seborroica, acne, colore rossastro o giallastro, edemi, couperose ecc., possono rientrare in un codice di espressività corporea, che rivela un sottostante disagio psichico. Il fatto poi che possiamo nascere già con certi indicatori (es. angiomi o ittero) potrebbe indicare che anche nella vita fetale l’essere reagisce emotivamente a energie perturbanti e le segnala sulla sua pelle. Ma alcuni pensano che anche eventi di vite precedenti possano segnarci. La pelle è il primo codice di comunicazione, il primo schermo per lo sguardo, dove l’energia invisibile si manifesta nel visibile. Soprattutto quando la sofferenza e il malessere non riescono a diventare parola, lo schema corporeo può diventare schermo di comunicazione. La mia nipotina Veronica, che a tre anni è rimasta orfana del padre, manifestò la sua angoscia da deprivazione con macchie bianche; il bianco è l’assenza del pigmento, cioè assenza del colore vitale, indice per eccellenza della mancanza, la non vita, tanto che in Oriente, come in Occidente fino al Medioevo, il bianco è stato usato come colore di lutto, dunque la sua pelle si vestiva a lutto. Le macchie della mia nipotina sono state diagnosticate inguaribili, in realtà poi si sono sparite con la crescita, quando la vita ha surrogato con altre emozioni il lutto della perdita. Ci possono essere chiazze bianco-latte sulla pelle prive di melanina, così come piccole parti di ciglia, sopracciglia o ciocche di capelli completamente bianchi. E’ la vitiligine, detta così da una malattia dei vitelli. Compare all’improvviso prima dei vent’anni e può anche coprire tutto il corpo. La guarigione completa sembra essere impossibile. Eppure non è sempre cosi. Scompare la melanina che è il colorante della pelle. Ma insieme c’è un abbassamento del sistema immunitario. E sappiamo che la depressione produce lo stesso abbassamento di difese. Spesso nei bambini la vitiligine compare alla nascita di un fratellino, oppure nel bambini più emotivi di fronte alle difficoltà scolastiche”. Il bambino, che è sottoposto al trauma di un cambiamento che non è in grado di elaborare, è particolarmente predisposto alle malattie esantemiche, i medici direbbero che esse dipendono solo da contagio. Nella scuola materna per es. si scatenano le malattie della pelle (morbillo, rosolia, scarlattina, sesta malattia…) o dell’intestino (diarree, dissenterie…, che dicono: “voglio liberarmi da questa condizione o da questo luogo”). Ci sono periodi della vita in cui dobbiamo affrontare cambiamenti di ambiente o di abitudini, situazioni stressanti e ristrutturazioni violente della nostra energia psichica, e si producono, anche per gruppi, manifestazioni patologiche, come predisposizioni comuni ad ammalarsi allo stesso tempo e della stessa cosa, come segnali omogenei del vissuto. Ci sono malattie, come l’ulcera, che sono state lette in passato come risposte emozionali (rabbia, stress) e ora sono diagnosticate come risposte virali. Ma non è sempre molto chiaro se la causa del disturbo sia organica o psichica, perché le due cose sono legate. Per esempio, quando uno è depresso, è abbattuto, si ha un abbassamento del sistema immunitario e questo lo rende più sensibile alle infezioni. La depressione è allo stesso tempo una diminuzione della vitalità psichica e delle difese immunitarie. Nel nostro organismo sono presenti virus che non creano di per sé patologie. Ma, se siamo di umore negativo, è facile che emergano spiacevolmente. Allo stesso modo, se arriva un nuovo virus influenzale, non tutti lo prendono, perché? Condizioni psichiche e organiche spesso sono correlate. Il messaggio è uno solo e si manifesta su livelli diversi. Vi sono lutti o traumi che possono aumentare la propensione ad ammalarsi fino a generare forme tumorali. Anche il cancro, diceva Jung, può avere connessioni psicosomatiche. Egli fece uno studio sulle connessioni psichiche delle malattie bronchiali. Agenti esogeni nocivi, sommati a condizioni psichiche vulnerabili, facilitano l’insorgere della malattia. Jung diceva che i fattori emotivi possono creare patologie nuove o accentuare quelle in corso. Siamo equilibri globali molto fragili e correlati e le malattie a volte si manifestano in modo mirato come segnali. La pelle dunque può essere la prima spia di un malessere profondo. Ricordo una signora che, pur essendo stata colpita da malattie gravissime (stava anche per essere operata di tumore alla gola), manifestava una smisurata preoccupazione per tre puntini piccolissimi che le erano comparsi tra pollice e indice. Tra tutti i mali che aveva, la comparsa di questi tre microscopici puntini che non riuscivo a vedere, le dava forte agitazione per la loro visibilità, mentre gli altri mali per quanto gravissimi erano però invisibili. Non mi poteva indicare i mali interni e cercava di attrarre la mia attenzione nell’unico luogo in cui la sua sofferenza sembrava manifestarsi visibilmente. Chirologicamente, la zona era relativa alla donazione di sé agli altri (ogni punto del corpo ha un significato simbolico), la sua apertura pollice-indice era eccessiva. La microscopica costellazione era per lei un segnale grave da prendere in considerazione. Così ho lavorato con lei prendendo per buona l’indicazione chirologica (angolo pollice-indice troppo aperto), e programmando la sua vita futuro, dopo l’immediata operazione al tumore, per una ristrutturazione della sua vita in modo che si occupasse meno degli altri, come aveva fatto fino a quel momento, ma recuperasse la propria centralità narcisistica e felice e la propria creatività soddisfatta.
Se le somatizzazioni possono avere un organo bersaglio personale dove abbiamo maggiori reazioni organiche agli urti della vita, possiamo poi fare una lettura metaforica dei sintomi secondo una topografia generale e una interpretazione simbolica delle varie parti del corpo.
In linea generale, per la maggior parte delle persone, il lato destro del corpo rappresenta le nostre valenze maschili o il rapporto col padre o il partner di sesso maschile, la parte sinistra del corpo rappresenta le nostre valenze femminili e il rapporto con la madre e il partner di sesso femminile. Per cui la prima cosa interessante è guardare in quale lato del corpo abbiamo più patologie.
Precisiamo che maschile e femminile per Freud sono due generi contrapposti ben distinti in base a differenze sessuali, mentre per Jung sono come lo Yin e Yang taoisti, due energie polari ma complementari, due valenze che coesistono nello stesso individuo, indipendentemente dal suo genere, due archetipi, cioè due vie dell’energia che come ogni archetipo possono avere un lato negativo e un lato positivo.
Per Freud esisteva solo il genere maschile, come genere sessuale vincente, prioritario e forte, mentre il genere femminile restò per lui sempre un enigma, quasi fosse difettato e mancante. L’omosessualità era per lui una patologia grave che doveva essere curata, una devianza patologica dalla normalità. In quanto alla sessualità femminile, la considerò un tale mistero, al punto da dire che, essendo le donne mancanti del pene, non poteva valere per loro un’idea di morale basata sulla minaccia arcaica di una castrazione ed erano perciò prive di qualsiasi morale.
Jung fece un balzo dalla considerazione sessuomane del maschile freudiano all’intuizione di due valenze psichiche universali coesistenti nello stesso individuo, che dovevano trovare il loro equilibrio e il loro accordo, essendo ambedue necessarie all’armonia della vita. Qualora questo equilibrio fosse trovato nella cittadella della psiche, sarebbe stato più facile armonizzare nella vita famigliare e sociale uomini e donne, riconoscendo la loro diversità e la loro complementarietà, con un valido aiuto al benessere collettivo.
Leggendo le parti del corpo in modo simbolico, ogni patologia può essere letta come una indicazione a carattere psicologico, un messaggio che già nella sua localizzazione dà delle indicazioni.
In modo molto semplice si può operare un chek up da soli, mettendosi seduti su un tappeto in terra e saggiando col pollice i vari punti del corpo partendo dai piedi, sopra e sotto, e compiendo dei piccoli cerchietti sulla pelle, saggiando tutti i punti del corpo dove si può arrivare, premendo di più se si trovano punti dolenti.
I piedi sono la nostra base, il punto dove ci appoggiamo alla sicurezza della terra-madre e rappresentano il primo chraka, il radicamente, la stabilità, la sicurezza. Ma senza le dita dei piedi non staremmo eretti. Le dita dei piedi sono il primo rapporto con la madre, quando da neonati la nostra prensilità è simile a quella delle scimmie e ci aggrappiamo al dito che ci viene porto dalla madre o dalla nutrice e lo stringiamo in modo automatico con le dita dei piedi e delle mani, questo è il primo aggancio alla madre e alla sicurezza. La figura materna non ci dà solo cibo, ci dà amore. Latte e amore sono i nostri primi elementi nutritivi, senza i quali noi moriamo.
Nel metabolismo l’amore materno diventa il dolce del cibo, gli zuccheri. Il diabete, che è una mancata assimilazione degli zuccheri da parte del pancreas, provoca gravi scompensi fisici e chimici e potrebbe essere la conseguenza organica della mancanza di amore materno o della mancanza di amore in genere. Da notare che l’alzarsi della glicemia colpisce in modo particolare i piedi, e in modo doloroso la carne sotto le unghie finché, nei casi più gravi, le dita dei piedi non vanno in cancrena e devono essere amputate, situazione in cui il paziente non può più camminare. In particolare, dolore e amputazione possono colpire l’alluce, un dito del piede che corrisponde al pollice della mano e che, nella medicina cinese come in quella indiana, ha un enorme valore. Esso corrisponde al primo chakra, al radicamento, alla sicurezza, alla sopravvivenza materiale primaria, e, sempre secondo la medicina cinese, è attraversato da un meridiano importante che va al cuore.
Il pollice è tanto importante che, per es., in caso di innalzamento febbrile, si può bucare con un ago sterilizzato (basta metterlo sulla fiamma) la pelle presso l’angolo destro in basso dell’unghia del pollice sinistro e farne uscire una goccia di sangue e il piccolo salasso farà abbassare la temperatura di un grado. 1)
In linea generale, le ginocchia rappresentano simbolicamente la nostra capacità di piegarci, di inchinarci, a una volontà superiore, maschile se è il ginocchio destro, femminile se è il sinistro.
Le zone femminili, zone ovariche o seni, hanno patologie per pene d’amore, abbandoni, lutti, divorzi. Il corpo percepisce la mancanza in modo fisico e reagisce compensandola con un eccesso di cellule, che però sono dannose all’organismo, come se volesse colmare una mancanza.
Caso tipico la morte o l’allontanamento di un figlio, o anche un suo matrimonio preso molto male, che portano a tumori al seno destro per i figli maschi, sinistro per le femmine. La reazione ad un matrimonio o ad un allontanamento di un figlio non è uguale per tutti i figli, ma risente di una complessità di situazioni. In casi più lievi al posto di un tumore si può avere un nodulo o una ciste, per es. una ciste ovarica, e anche qui la localizzazione porta il suo messaggio.
C’è un punto che nella medicina cinese è due dita sopra l’ombellico e nello schema induista corrisponde al terzo chrakra, che è il luogo della volontà, del dominio, del potere. Un uomo ha in qualche modo la possibilità di esercitare su qualcuno questo potere, la donna meno. Per questo quando il potere di autonomia, libertà e indipendenza di una donna è leso, si genera una rabbia che può essere introiettata e non agita, e questa rabbia repressa fa gonfiare la pancia delle donne. La pancia gonfia di rabbia.
L’uomo invece quando eccede nella sua volontà di potere, può rendere massiccio lo stomaco. E’ difficile che un uomo abbia la pancia gonfia, più facile notare un ispessimento e irrigidimento sullo stomaco che in certi uomini diventa come se portassero una corazza.
Ancora diciamo che nell’uomo la rabbia repressa porta a patologie del fegato.
Circa una malattia come l’ulcera si nota come nel tempo se ne sia parlato come di una malattia psicosomatica mentre oggi la si attribuisce a un batterio.
Per i reni si dice che trattengano le lacrime non piante che cristallizzano nei calcoli.
Le spalle riguardano ovviamente i pesi della vita e circa le patologie della colonna dorsale si dice che se la vita è pesa quanto un piccolo sacco di farina la si porta sul collo (artrosi cervicale), se il sacco è più grande, ci si deve piegare di più e sostenerla con la parte della schiena sopra la vita, se è più peso ancora, si deve appoggiarlo fin sotto la vita (creste iliache).

PSICOANALISI - JUNG


PSICOANALISI.  3-4

 


Non esiste personaggio che, come Jung, identifichi la propria elaborazione teorica col suo sviluppo interiore. I suoi libri sono le tappe della sua anima. Ed è per questo che svolgeremo il suo pensiero seguendo il suo percorso personale, non tanto come successione di eventi esterni quanto come uno spirito in cammino. Come disse la sua allieva prediletta, Aniela Jaffé, Jung pensava che “l’anima fosse la realtà più genuina” e, in tutta la sua lunga vita, svolse un’attività intensa per studiare scientificamente e spiritualmente il proprio mondo interiore.
Quando Jung pubblicò la sua autobiografia, a 81 anni, vi pose come inizio i versi di Coleridge: “Esplorò la sua anima con un telescopio. / E tutto quanto appariva irregolare egli vide e dimostrò essere/splendore di Costellazioni”/ E vi aggiunse/ mondi e mondi nascosti alla coscienza”.
Di sé scriveva: “Le vicende interiori caratterizzano la mia vita. Sogni e fantasie costituiscono il mio lavoro scientifico”…”Tutti i miei scritti sono compiti comandati dall’interno, nati per imposizione del destino. Ho lasciato parlare lo spirito che mi muoveva… Non vorrei indicare la via a nessuno, perché so che la mia mi fu mostrata da una mano che è ben al di sopra di me… Cerco solo di essere un modesto strumento e mi sento tutt’altro che grande“.
Jung vedeva se stesso come un vocatus, un chiamato. Possiamo dire che fu un mistagogo, un maestro di iniziazione.
Come lo scienziato esamina la natura fisica fuori di sé, egli esaminava la natura interiore, in modo empirico, studiando la psiche come un oggetto naturale e, così facendo, sperimentò un cammino interiore che varcò i confini conosciuti. Si accostò alla propria psiche come un osservatore attento e generoso, come “un innamorato dell’anima” 1). Ciò che vide lo coinvolse e lo trasformò, così che quel lungo viaggio interiore, che era iniziato nella prima infanzia, assunse alla fine le caratteristiche di un vero e proprio VIAGGIO SCIAMANICO. Questo fu il compito cui si sentiva chiamato e a cui non si sottrasse. In fondo fu sempre, come avrebbe detto Borges: “…un uomo / la cui vera vita si trovava lontano” 2).
Cominceremo parlando della sua famiglia, perché in noi confluiscono linee che vengono dai nostri genitori, in quanto siamo il frutto anche della loro alchimia.
Jung nacque il 26 luglio del 1875 3) in Svizzera, sul lago di Costanza, passò la sua infanzia presso le cascate di Sciaffusa, poi il resto della vita in due abitazioni vicine sul lago di Zurigo, una era la casa dove viveva con moglie e figli, l’altra una specie di rifugio magico, costruito con le sue mani nel bosco, sulla riva del lago, dove si ritirava per meditare a contatto con la natura 4).
La sua vita fu segnata dall’acqua, elemento naturale, fluido, vitale e rigenerante. Quando la madre lo portò per la prima volta al lago di Costanza, restò così incantato che decise di vivere sempre vicino all’acqua 5). Così ebbe due case, una per la famiglia, l’altra come eremitaggio, e ambedue sulle sponde del lago.
Nello stesso modo si sentiva legato all’energia femminile: nella prima parte della sua vita il nume tutelare fu la madre, nella seconda la moglie, che gli fu vicina per 52 anni; importanti furono poi altre figure femminili, allieve o collaboratrici.
Le linee paterne e materne di Jung sono interessanti. Il nonno paterno si chiamava anche lui Carl Gustav Jung e pensava di essere figlio naturale di Goethe; era rettore all’università di Basilea e Gran Maestro della Loggia Massonica, in un tempo in cui la Massoneria era ancora una associazione esoterica di intellettuali.
Il nonno materno era un predicatore, libero docente di lingua ebraica, persona eccentrica e sensitivo, che comunicava con gli spiriti e, una volta la settimana, parlava nel suo studio con la prima moglie defunta, cosa che inquietava un po’ la seconda moglie; e la figlia, che sarà poi la madre di Jung, lo aiutava in questi contatti medianici e aveva ereditato le sue capacità paranormali, che passarono poi a Jung e ad alcuni dei suoi figli. La madre di Jung possedeva quella che si chiama ‘la seconda vista’, aveva capacità particolari e produceva delle materializzazioni che furono viste anche da Jung bambino.
Il padre di Jung era un pastore protestante 6) , persona gentile ma convenzionale, che custodiva in modo diligente la religione formale, una figura debole che Jung criticò ben presto per cercare una propria esperienza interiore più profonda che non coincideva con quella della chiesa istituzionale. Jung disse del padre che era “limitato e alieno dalla natura e dai sogni 7) . I miei genitori praticamente appartenevano ancora al tardo Medioevo. Mio padre era un curato di campagna e si può ben immaginare com’era la gente a quei tempi… le loro idee erano immutate da 1.800 anni… Mio padre era molto democratico ed estremamente tollerante e comprensivo… Era molto diverso da me. Era un uomo prevedibile ma con mia madre invece c’è sempre stato qualcosa di molto problematico” 8). E ancora: “Fui preso da forti dubbi su tutto ciò che mio padre diceva… e che mi sembrava vuoto e trito, come una storia raccontata da chi la conosce solo per sentito dire, senza crederci davvero” 9).
Jung era un bambino ipersensibile, introverso e portato alle fantasie interiori; da piccolo passava interi pomeriggi a fare macchie d‘inchiostro sulla carta, trasformandole in figure immaginarie. Chiese e cimiteri furono i primi posti dove giocò. L’ambiente famigliare era molto religioso e comprendeva ben undici preti.
La figura forte della casa era indubbiamente la madre 10) ; durante il giorno era una donna calda e protettiva, ma di notte subiva una trasformazione, come se emergesse da lei una seconda personalità, con premonizioni, manifestazioni e presenze. Questo lato medianico, inquietante ed oscuro, colpiva il bambino: “Mi accorsi di aver paura di mia madre, ma non durante il giorno. Di giorno mi era nota e prevedibile, ma di notte avevo paura di lei”.
Il bambino vedeva nella camera della madre fantasmi e figure evanescenti, una volta fu spaventato dalla figura di un uomo il cui capo si staccò dal corpo, volteggiando nell’aria. Di giorno la madre era una creatura semplice, vigorosa e calda, un’ottima cuoca, una buona padrona di casa, con un fine umorismo: “Mia madre era un’ottima madre. C’era in lei un grande calore animale, era accogliente, di piacevole compagnia… Prestava attenzioni a tutti e il suo chiacchierio somigliava al gaio zampillare di una fontana… era un’anziana donna cordiale e grassoccia, molto ospitale. Ma poi spuntava all’improvviso la sua personalità inconscia, di una potenza insospettata, una grande figura un po’ triste che possedeva un’indiscussa autorità”.
Questa sua seconda personalità era molto diversa e potente, allora la madre parlava in trance e faceva premonizioni che sembravano venire da profonde lontananze: “Ella era in un certo modo ancorata a un fondo invisibile, che però non appariva collegato alla fede cristiano ma piuttosto agli animali, i monti, i prati, gli alberi, i corsi d’acqua”. Allora non era più la semplice casalinga svizzera ma diventava una figura arcaica, la grande Madre Terra, “la sacerdotessa nella grotta dell’orsa” 11) …la personificazione di una mente naturale”, che parla direttamente dalla Natura, l’antica energia cosmica femminile. Questi fenomeni inquietavano il bambino che vedeva la madre come una veggente. La seconda personalità “si manifestava ogni tanto, ma ogni volta inattesa e tale da incutere timore”.
La duplice personalità della madre generò in Jung un atteggiamento complesso nei confronti della donna in genere (Grande Madre o Strega). Jung ereditò da lei la medianità e quella intuizione universale che Levy-Strauss chiama PARTECIPAZIONE MISTICA, il modo con cui i primitivi comunicano con l’intima essenza della natura, in simbiosi col tutto, “come se l’occhio interiore cogliesse il mondo con un atto di percezione impersonale”.
Se il padre non contò gran che nell’evoluzione di Jung, la madre invece lo influenzò moltissimo; era una cifra DUE, una creatura doppia e complessa. Grazie a lei, il DOPPIO diventò una costante del pensiero junghiano, la cifra di lettura della sua avventura umana 12).
Per tutta la prima parte della sua vita, Jung lavorerà sul doppio, i contrari, le ambivalenze, le polarità e le dualità dell’essere. Nella seconda parte il dualismo sfocerà in una nuova energia, il TRE, o Terzo Momento che riporta all’Uno, unificazione delle due energie primarie, e Jung imparerà a guardare il mondo in un modo unitario, comprensivo dei contrari. Il suo incontro col TAO, l’antica filosofia religiosa cinese, gli mostrerà i legami del percorso col pensiero orientale, induista o taoista. I suoi studi lo convinsero anche che la sua vita era la prosecuzione di un cammino iniziato prima di lui da gnostici, alchimisti e mistici, sia occidentali che orientali. Aveva una interpretazione molto personale del suo compito esistenziale e lo vedeva come parte di un percorso collettivo compiuto da persone diverse in vite successive, per cui la sua vera appartenenza non era tanto alla famiglia di origine ma a un gruppo di anime, unite da un percorso comune. Quando a 69 anni gli venne l’infarto che rischiò di ucciderlo, ebbe una visione in cui gli sembrò di tornare “a quella famiglia di anime a cui da sempre appartengo”.
Il suo concetto di kahrma era molto particolare, non legato alla trasmigrazione dell’anima o alla ‘azione che perdura ’, ma sorretto da un compito spirituale che si compie attraverso molte vite.
La psicoanalisi freudiana è tutta basata sulla figura del padre e in particolare sul conflitto, ambivalenza di odio-amore, generato dal complesso paterno; la psicologia di Jung si incentra invece sulla dominanza della madre, con grandi immagini ‘ambivalenti’ dell’energia femminile che può essere protettiva o distruttiva (complesso materno) 13).
PADRE e MADRE sono i primi ARCHETIPI, le prime immagini fondamentali della struttura psichica, i modelli primari della psiche.
Il matrimonio dei genitori di Jung non fu felice, essi non andavano d’accordo e dormivano in camere separate. Quando il bambino ebbe tre anni, la madre passò alcuni mesi in ospedale per difficoltà inerenti al matrimonio e lui ebbe una CRISI ABBANDONICA: reagì all’assenza della madre con un eczema generalizzato , la sua pelle manifestò con un segnale rosso di pericolo la sofferenza per l’abbandono. Capì allora che amare significa anche soffrire. Da allora disse: ” ’Padre’ significa per me impotenza e ‘madre’ sfiducia” 14) . “Sentivo con diffidenza la parola amore”. Questo giudizio negativo rimase per sempre in sottofondo, anche se poi la sua vita affettiva fu ricca e soddisfacente.
Fatto esperto della duplicità materna, il bambino accettò come fatto naturale che ognuno avesse almeno due personalità e intuì se stesso come due persone diverse: il proprio Io soggettivo e un interlocutore più alto. Dapprima percepiva, accanto al bambino Jung, un personaggio molto più anziano e saggio, un uomo del Settecento, che poteva essere la traccia di una vita precedente, poi vide in sé anche varie figure mitiche, simboliche, personificazioni di parti psichiche, che si avvicendarono come spiriti guida: Abramo, Elia, Filemone…; ognuna sorse con un proprio compito per un certo tempo e fu poi sostituita da altre, come un tutor.
Dietro ogni uomo contingente c’era poi un uomo eterno, che Jung chiama ANTHROPOS, un fondo psichico immutabile e perenne.
Comincia con queste percezioni l’intuizione di un inconscio collettivo.
Il CORPO è la parte visibile dell’uomo, la PSICHE quella invisibile, formata da ricordi, emozioni, volontà…, l’ANIMA è un mediatore ancora più sottile legato al corpo e al suo destino che porta l’uomo verso la spiritualità e deve fargli sentire il suo compito, il suo dover essere; infine c’è lo SPIRITO, che non è legato al corpo né al destino e osserva la nostra esistenza dal di fuori, come osserverà le nostre vite future e come ha osservato quelle passate, esso è più alto e distaccato di qualsiasi cosa possiamo immaginare di noi e non è legato all’esperienza terrena o alle esperienze terrene altro che come osservatore.
L’anima guida la psiche e il corpo, sono due strumenti uniti nella vita terrena nella mutevolezza del tempo e del luogo, secondo i modi contingenti e variabili di una certa configurazione materiale e di certi eventi collegati al destino, ma l’anima comunica con un’altra realtà, lo spirito, che non è di questa terra 15) .
Dicono le Upanishad 16) : “Su un albero ci sono due uccelli: uno si stacca dal ramo, vola, si affanna, fa il nido, cerca il cibo. L’altro sta sul ramo a guardare.
La vita scorre in una data geometria spazio-temporale ma è solo un’apparenza che si muove su uno sfondo eterno; la luce che sta dietro manda alla psiche immagini-guida che possono prendere le sembianze di tutori. Ascoltando le loro voci e riflettendo sui loro simboli, diventa più facile per l’anima sperduta trovare la sua strada e compiere la sua evoluzione. Questo sarà un fondamento di Jung analista, che insegnerà ai suoi pazienti a gestire il teatro delle passioni o TEATRO DELL’ANIMA. Isolerà certi aspetti dell’energia psichica facendone delle PERSONIFICAZIONI (Anima, Animus, Vecchio Saggio, Filemone, Salomè, il Serpente ecc.) e creerà un gioco di comunicazioni e interrelazioni con le figure dell’inconscio, che hanno una loro realtà e la traggono da una dimensione imperitura che si manifesta a noi con forme e simboli. A tratti queste energie si estrinsecano, entrano nell’ambiente esterno e diventano visibili come proiezioni dotate di sostanza e realtà, in grado di comunicare. Non è una posizione spiritica, ma un fenomeno proiettivo. Le personificazioni non sono fantasmi ma figure dell’inconscio.
I fantasmi sono un’altra cosa. Fin da piccolo, Jung è sensibile alle presenze invisibili e spesso terrorizzanti che si muovono per casa e la madre, tacitamente, riconosce che il figlio è centro di fenomeni paranormali che si manifestano improvvisamente. Da queste esperienze discende l’interesse di Jung per l’occultismo, l’esoterismo, la parapsicologia, l’ignoto, il mistero…
Nulla di tutto questo, ovviamente, riguarda Freud, che è un uomo razionale e analitico, attaccato alla visione materiale del mondo, con una conoscenza pragmatica e scientifica.
Per Jung invece la scienza non basta ed egli trova certezze maggiori in un piano soprannaturale che si manifesta attraverso sogni e visioni.
Nella sua vita Jung ridusse al minimo le necessità materiali e i bisogni, come fanno molti saggi, e non si pose mai su un piedistallo ma restò un uomo semplice, che poteva parlare con tutti di tutto e amava lavorare con le mani. La sua realtà interiore era più vasta di quella di Freud, il mondo delle sue percezioni più complesso, e quello che diceva era spesso molto chiaro alle persone semplici e incomprensibile agli intellettuali. Gli si addice la frase di Borges: “Lo scrittore, col passare degli anni, può attingere, se le stelle sono favorevoli, non la semplicità, che non è niente, ma la modesta e segreta complessità”.
DUE PIANI DI REALTÀ
Quando mi dissero che Papà Natale non esisteva restai malissimo, avevo sempre creduto a un ‘mondo parallelo’, che era la parte migliore di questo, e venire a sapere che non c’era mi riempiva di sgomento. Per questo poi ho sempre continuato a cercarlo, nella New Age, nello spiritualismo… la mia anima non si è arresa a quella mancanza…“. (Una ragazza)
Jung vive su molti livelli, il bambino è attraversato da visioni paranormali ed ha un forte contatto col mondo degli spiriti. Vive intensamente la sua vita onirica, sente la potenza dei sogni che possono essere trasformativi o rivelatori, e su alcuni rifletterà per anni, li accetta come frutto di una seconda mente, più lungimirante e saggia.
I sogni sono la chiave per penetrare la parte segreta della vita. Li chiamerà, come Freud, “la via regia per l’inconscio”, rivolgendosi a un mondo di energia e conoscenza che trascende l’uomo. I sogni, dirà, sono una via numinosa, e numen si riferisce e un dio misterioso.
I sogni sono essenziali per penetrare l’inconscio; per Freud mascherano i contenuti rimossi dell’inconscio individuale; per Jung permettono anche l’accesso a una realtà sovramentale: l’inconscio collettivo.
Fin da piccolo Jung sente l’esistenza di due piani di realtà, quella esteriore, pratica, fatta di scelte, lavori, eventi e persone, e quella interiore, ideale, fatta di visioni, sogni, intuizioni e premonizioni. La sua vera vita non è quella degli eventi esterni ma del processo di trasformazione interiore, ed è di questa che parla nell’autobiografia, vero viaggio d’anima. C’è qualcosa di superiore che fluisce in correlazione alla vita esterna dell’uomo, un altro livello che scorre unendo il singolo all’universale 17).
Non tutti i sogni che facciamo sono importanti ma ogni tanto possiamo avere GRANDI SOGNI che non dimentichiamo mai e il cui significato può rivelarsi pian piano o anche decenni dopo. Il primo grande sogno di Jung è un incubo a valenza drammatica, quando ha tre anni.
“Il bambino è nel prato dietro la canonica, vede una fossa scura rettangolare con una scala di pietra che scende in basso, in fondo c’è una porta ad arco, chiusa da una cortina verde-prato, e dietro una sala lunga 10 m, col soffitto a volta di pietra, che sembra un tempio. Un tappeto rosso porta a un trono d’oro con un cuscino rosso e sopra c’è un tronco d’albero lungo 4 o 5 m, una cosa immensa cilindrica di pelle che termina con una testa rotonda con un unico occhio, che guarda fisso in alto. Sopra l’occhio c’è un’aureola luminosa. Il bambino resta paralizzato e sente la voce della madre che dice: “Guardalo! Quello è il divoratore degli uomini!“.
Il bambino è sceso nel luogo profondo e misterioso dove risiede il potere sacro. Ha sognato un enorme dio fallico, la profonda forza creativa presente nelle religioni primitive 18) , collegata alla fertilità ma anche all’aggressività e dunque al pericolo 19). Freud avrebbe detto che questo è un sogno sessuale, ma per Jung invece è una rappresentazione sacra, in cui la sessualità si esprime solo parzialmente nella materia ma discende da una energia primaria più ampia e oscura. L’enorme fallo diventa il simbolo di un’energia cosmica, primordiale. L’occhio lucente in alto è l’apertura del fallo, il cui nome greco (phalos) etimologicamente vuol dire proprio ‘lucente o splendido,’ ma sta a indicare l’energia creativa di Dio, l’energia di luce che dà luogo al mondo. L’onphalos nel mondo greco era l’ombelico o centro del mondo ed era rappresentato da un uovo o da una pietra ovale al centro del tempio. L’onfalo è il ‘punto centrale’, ossia il segno indicativo del collegamento, simile al cordone ombelicale, tra la Madre Terra e il Cielo. L’onfalo più famoso era quello del tempio di Apollo, a Delfi, rappresentato da un cono di marmo. Nel mondo cristiano l’onfalo diventa la mitria o la cupola o anche il battistero, che unisce in sé valenze maschili e femminili 20). L’aureola esalta la potenza dell’energia e la sua sacralità. E l’occhio è uno dei modi con cui viene rappresentato il divino 21) .
L’occhio di Ra
Dunque non si tratta di un fallo umano, ma della potenza divina relativa alla funzione cosmica della fecondazione o creazione, come potrebbe intenderla un primitivo 22). L’espressione materiale dell’energia (il sesso) è solo una parte molto limitata e superficiale dell’energia stessa che, nel suo lato animico e invisibile, trascende totalmente il fenomeno materiale o la peculiarità sessuale.
La visione del tremendo ‘dio fallico’ segna Jung per sempre; da questo momento il ‘divino’ non sarà per lui solo il dio amoroso e benedicente insegnatogli dal padre, ma una energia possente, inquietante e paradossale, che è insieme cielo e inferi, luce e tenebra, bene e male, un Dioniso bifronte, come nell’interezza del Dio biblico, che salva Giacobbe ma gli comanda la morte del figlio, pone il Cristo sulla Terra ma poi lo sacrifica. Questo concetto ambivalente della divinità o dell’Energia sarà sempre presente in Jung, come carattere fondante di ogni archetipo, soprattutto di quello divino. Jung dirà che il Cristianesimo ha indebolito la potenza del sacro, imponendo un dio unilaterale, dimezzato, che è solo bene e luce, un Dio che non spiega perché vi siano il male, la trasgressione, il peccato e la sofferenza. Jung reintegra l’aspetto oscuro che la divinità possedeva anticamente, ricostruendo la sua totalità paradossale. Il problema religioso crea nell’immaginario del bambino una polarità irrisolta. Dopo questo sogno, ogni volta che qualcuno gli parlerà del Gesù celestiale e spiritualizzato, non potrà fare a meno di associargli la terribile divinità sotterranea del sogno, come controfigura tenebrosa. Il bambino, pur educato nella religione pallida e formalista del padre, ha evocato un’altra religione più arcaica, legata ai culti della fecondità e agli elementi ctoni della terra. I preti evangelici di famiglia, neri come becchini, gli sembrano officiare un culto di morti, incolore e sbiadito, mentre nei suoi sogni si manifesta una energia potente e vitale. La stessa immagine del ‘divoratore di uomini ‘ è una immagine perenne nell’inconscio umano e condensa tutti i terrori infantili, l’Orco delle favole, il pesce degli abissi, la balena, la creatura degli Inferi, il mostro dentro di noi o l’apocalittica furia distruttrice dell’energia fuori di noi. Gli Induisti intendono bene questa energia che non è solo protettiva ma anche feroce e raffigurano le divinità con un aspetto benefico ma insieme con braccia tentacolari o collane di teschi.
Nelle visioni antiche, come nelle immagini dell’inconscio, la Grande Energia è la totalità, comprensiva di bene e di male, ma il Cristianesimo ha voluto isolare solo il Bene, facendo del diavolo un antagonista obliquo e secondario, così il Male è restato una forza psichicamente non identificata e rimossa. Jung bambino coglie in modo più vasto l’essenza del problema religioso, ha la capacità di produrre forti rappresentazioni sacre, che sostituiscono un vivace mondo sensoriale di grande intensità emotiva alla modesta ortodossia del padre. Il problema religioso è sempre presente in Jung, mentre Freud se ne disinteressa totalmente, e, nonostante la sua derivazione ebraica, resta un positivista convinto, si dichiara ateo e costringe anche la moglie, figlia di un rabbino, all’inosservanza religiosa.
Quando Jung ebbe 4 anni, la famiglia si spostò presso Basilea in una canonica del 1700, luogo impregnato di presenze fantasmatiche che agì con influssi psicometrici sulla sua psiche 23) .
Il bambino era ipersensibile, solitario e vulnerabile.
A nove anni, gli nacque una sorellina, cosa che lo rese insicuro producendogli una SECONDA CRISI ABBANDONICA, con tosse soffocante e crisi respiratorie in cui vedeva nuvole luminose e figure dorate.
Asma e tosse sono spesso malattia psicosomatiche con una precisa simbologia. Nell’atto della respirazione, l’aria esterna (il mondo fuori di noi) entra dentro di noi, l’aria interna (il mondo dentro di noi) esce, e le due cose si mescolano.
La tosse è un atto di rifiuto violento e inconscio di questa mescolanza tra ciò che si è e ciò che abbiamo intorno.
Una indicazione simile è data dal vomito, in cui si rigetta qualcosa di ambientale, o dalla nausea.
Nel caso del disturbo respiratorio, è come se esso dicesse: “Questa persona non mi accetta. Non voglio che respiri con me, e dunque rigetto violentemente la sua aria, cioè questa relazione. Non posso respirare la sua energia e la rifiuto“.
Anche la diarrea cronica può avere questo significato di liberazione di un contenuto psichico inaccettabile, come se si volesse mandar via un sentimento o una relazione che ci ha fatto soffrire. In casi minori, per es. la paura di un esame, la diarrea indica il desiderio di liberarsi di questa pena.
Ogni volta che siamo toccati nella nostra sicurezza personale, possiamo reagire con un rifiuto corporeo.
Nel sintomo esantemico (eruzione cutanea) il corpo si fa segnale tramite il colore, il gonfiore o la visibilità sulla pelle; nella tosse, lo spasmo mioclonico (spasmo leggero), la nausea, il vomito abbiamo il movimento da dentro in fuori e dunque contro.
RITI PAGANI
C’è un rapporto stretto tra l’anima e la pietra
(Chevalier e Gheerbrant)
Nel giardino dietro la canonica c‘era una grande pietra; il piccolo Jung siede su di essa in meditazione e ha intuizioni molto insolite per la sua età: “Io sto seduto sulla pietra e la pietra sta sotto di me. Ma anche la pietra potrebbe pensare: ‘Io sono posata sul pendio ed egli si siede su di me’. Cosa sono io? Sono colui che è seduto o sono la pietra?“.
La pietra è l’oggetto eterno, situato in un tempo non-tempo, che comunica con l’altrove. La pietra si fa simbolo di infinito; non sta in questa dimensione ma tocca un ‘altro’ luogo. Quando il bambino siede sulla pietra è come se toccasse l’altrove, come fa il primitivo che riconosce intuitivamente la pietra-anima per riporvi la propria visione di eterno. La pietra è “la contraddizione tra il tempo che trascorre e l’identità che perdura” 24). Allo stesso modo il bambino sente in sé qualcosa di eterno, un Altro di cui la pietra è simbolo. C’è qualcosa di molto forte e rassicurante in quel masso. Jung dice: “Io ero solo la somma delle mie emozioni ma la pietra era una cosa senza tempo.” Ciò che è contingente si incontra con ciò che è perenne, con l’impermanente, come direbbe un buddista. L’anima sfiora lo spirito, una dimensione tocca l’altra, l’uomo finito si apre all’infinito. La pietra che non muore svela il carattere effimero e transitorio delle cose che passano: “Io sono l’E’, il Fu e il Sarà” 25).
Se la pietra è l’eterno, la risposta dell’anima al suo richiamo è la nostalgia, perché l’anima in qualche modo ha conosciuto una patria celeste eterna a cui vuole tornare. Platone diceva che l’anima anela a uno stato di pienezza da cui si è separata nascendo: nostalgia è nostos =ritorno e algos = dolore, il dolore per la casa lontana a cui si vuole ritornare; i Tedeschi la chiamano Heimweh (Heim = casa,Weh =dolore), dolore di casa.
Il tempo irreversibile impedisce il ritorno, e tuttavia il percorso in avanti può farsi innalzamento, in cui possiamo tendere là da dove siamo venuti, tornando all’enthousiasmos =essere nel dio, essere parte di Lui 26).
La pietra fisica, di cui il bambino percepisce la forza, si proietterà, con gli studi più tardi dell’alchimia, nella PIETRA ALCHEMICA o FILOSOFALE, simbolo della saggezza suprema dell’uomo trasformato.
Sempre sul lago di Zurigo, a pochi km dalla casa di Jung, era nato lo svizzero PARACELSO, uno dei più grandi alchimisti del 1500, dotto medico, sapiente di tutte le scienze, iniziato che mirava all’uomo integrale, unendo empiria e simbolo. La leggenda narra che un allievo disse a Paracelso: “Voglio che tu mi insegni l’Arte, voglio percorrere al tuo fianco la Via che conduce alla Pietra”. Paracelso rispose: “La Via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta”. Come dice Castaneda “Il percorso è il viandante”.
Ecco come Giorgio Manganelli parla della pietra 27):
Per milioni di anni, per tempi non misurabili, il mondo fu di pietra. La terra fu un sasso coperto da un’epidermide d’erba, acque, carni… L’uomo apparve; nacque su di un sasso che volava per i cieli. L’uomo seppe che la sua vita era posata su un macigno. Per centinaia di millenni l’uomo si pose domande sul sasso. Il sasso era immutabile perché era un dio; il sasso era vivo, di una vita lentissima; il sasso non era vivo e non era morto: era l’essere… L’uomo indagò le pietre e insieme indagava la divinità, il significato, il mondo. Il nostro problema è come interrogare e capire la pietra che ci sta attorno e che ci sta dentro. Se abbiamo centomila anni, la pietra ne ha cento milioni. Forse la pietra ci ha generato. L’uomo guardò nel cielo e vide che, attorno alla pietra su cui viveva, volava in cielo un’altra luminosa pietra. Il cielo era forse una distesa di ciottoli infuocati? Dovunque il vuoto era sfidato e sconfitto dalla pietra, dunque la pietra era reale, era sacra, era un dio. Chiunque guardi una delle pietre formate, portatrici di figure, di segni che la storia dell’uomo ci ha consegnato, avverte che da sempre l’uomo vedeva nella pietra qualcosa di più duraturo non solo delle altre cose, ma del tempo. Dai millenni, le migliaia di millenni, a noi giungono sassi ed ossa. Un sasso lavorato per farsi amigdala o per farsi stele è un oggetto imperituro, terribile, misterioso e sacro. Una ruvida larva di figura segnata sulla pietra ci commuove e ci sconvolge. Forse la figura non è stata aggiunta da mani umane, ma è uscita dal grembo inconsumabile della pietra. La pietra non ha età, non invecchia. La pietra non ha tempo” 28).
Jung bambino non è un comune bambino. O forse siamo noi che minimizziamo i bambini, mentre essi sono viaggiatori appena giunti in questa dimensione, con ancora il bagaglio di un altro sapere, creature che sono un po’ qui un po’ altrove, assorti in un mondo che noi non ricordiamo, che ci guardano a volte con una maturità che non è saggezza ma esperienza.
Com’era naturale, le qualità precocemente introspettive di Jung ragazzo lo isolano dai compagni. “Io sono un solitario- dice- perché intuisco ciò che gli altri ignorano. Ho la capacità di vedere le cose come realmente sono“. Il ragazzo è in contatto con la mente intuitiva, con la sovra-mente, superiore e universale. Spontaneamente crea riti protettivi simili a quelli dell’uomo primitivo. A dieci anni ritaglia nel legno un omino in finanziera e cilindro nero e lo mette a dormire in un astuccio di legno giallo, avvolto in un mantello. Accanto al feticcio pone un sasso del Reno oblungo come un onfalo 29), nerastro e levigato, che dipinge in due metà, bianco e nero, con un rotolino di carta scritto in un alfabeto segreto. Quello è l’IO, la sua pietra magica, il ‘mana’, lo spirito protettivo, un modo per entrare in contatto con la PERSONALITA’ n° 2, portatrice di significati arcani. Ha creato un alter ego, una pietra dell’energia 30), a cui segretamente affida la sua salvezza, come fanno gli aborigeni australiani con i ‘churinga’ 31).
Quando va a scuola, il ragazzo si allontana da casa e frequenta altri ragazzi, si sente insicuro e allora pensa al fantoccino e alla pietra, che sono lontani al sicuro, e ritrova la calma.
Molti popoli primitivi compiono riti simili con le PIETRE-ANIMA. La Pietra-anima rappresenta la parte di noi perpetua ed eterna. L’omino di Jung bambino precorre il Telesforo greco, il portatore di luce, antico rappresentante della vita che compare nei monumenti di Asclepio (dio della salute e della medicina), con mantello e lampada, intento a leggere da un rotolo sacro la vera conoscenza 32). E’ come se noi navigassimo su un oceano oscuro, ma qualcuno, accanto, porta la luce.
Il rapporto col dio fallico, col Telesforo e la pietra-anima sono tracce di un mondo pagano che emerge naturalmente in lui. Più tardi dirà che nella psiche affiorano spontaneamente elementi simbolici eterni, che non vengono dalla tradizione ma appaiono in modo simile nelle culture di popoli diversi, come indicatori universali, nei riti, nei miti, nelle visioni, nei sogni… come provenienti dalla grande memoria arcaica della specie.
A 45 anni, nella seconda casa, suo ritiro spirituale, Jung si troverà a scolpire in legno e pietra feticci simili e chiamerà uno di questi ‘soffio di vita’. Queste pietre scolpite che abitano il suo giardino ricordano i ‘kabir’, statuette di nani o misteriose divinità infernali, o i ‘menhir’, statue di giganti, dell’antico mondo mediterraneo, simboli delle energie della Terra, collegati alla dea Demetra e ai culti della fertilità, o si riallacciano ai Moai dell’isola di Pasqua, numi protettori o guardiani della soglia, che vigilano sull’uomo quando oltrepassa i limiti della sua dimensione umana 33).
Il feticcio di Jung bambino è un kabir, e la pietra oblunga indica l’energia della Madre Terra, dipinta in due colori, bianco e nero, intuizione di un universo duale .
Il Telesforo è uno dei Cabiri (al Kabir = il potente). I Cabiri sono forze della natura, energie potenti, viste come nani o piccole divinità, che proteggono l’inconscio. Poiché sono energie ctonie, ovvero sotterranee, liminari, vengono rappresentate come creature deformi e incompiute. Faust dice: “Vogliono sempre andare oltre /colme di desiderio, non mai sazie/ di quel che è irraggiungibile”. Essi rappresentano i guardiani della soglia, le forze che spingono l’uomo a oltrepassare i limiti del conosciuto e insieme che lo trattengono nella sua dimensione, per cui possono varcare la soglia solo i più degni.
Freud è un cittadino, ma Jung ha la naturalezza di un primitivo, ha preso dalla madre il rapporto col mondo naturale, vive in un mondo fatto di acque, alberi, pietre e cielo, come un antico sciamano che sente le forze della natura come riparatrici e ispiratrici.
Una visitatrice che andò a cercarlo nell’eremo sul lago raccontava: “Alle sue spalle si vedeva una grossa pietra quadrata che egli stesso aveva scolpito anni prima, quando cercava di dare forma alle intuizioni che affioravano in lui, e io mi sentii come se fossi uscita dal tempo per entrare in un mondo interiore dove tutto era importante, privo di fretta, naturale… La forza che emanava da quell’uomo seduto accanto a me era impressionante. Dava una sensazione di potenza e nello stesso tempo di semplicità; era reale, al modo che il cielo e le pietre e gli alberi e l’acqua intorno a lui erano reali” .
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