lunedì 21 febbraio 2011

PSICOANALISI - JUNG


PSICOANALISI.  3-4

 


Non esiste personaggio che, come Jung, identifichi la propria elaborazione teorica col suo sviluppo interiore. I suoi libri sono le tappe della sua anima. Ed è per questo che svolgeremo il suo pensiero seguendo il suo percorso personale, non tanto come successione di eventi esterni quanto come uno spirito in cammino. Come disse la sua allieva prediletta, Aniela Jaffé, Jung pensava che “l’anima fosse la realtà più genuina” e, in tutta la sua lunga vita, svolse un’attività intensa per studiare scientificamente e spiritualmente il proprio mondo interiore.
Quando Jung pubblicò la sua autobiografia, a 81 anni, vi pose come inizio i versi di Coleridge: “Esplorò la sua anima con un telescopio. / E tutto quanto appariva irregolare egli vide e dimostrò essere/splendore di Costellazioni”/ E vi aggiunse/ mondi e mondi nascosti alla coscienza”.
Di sé scriveva: “Le vicende interiori caratterizzano la mia vita. Sogni e fantasie costituiscono il mio lavoro scientifico”…”Tutti i miei scritti sono compiti comandati dall’interno, nati per imposizione del destino. Ho lasciato parlare lo spirito che mi muoveva… Non vorrei indicare la via a nessuno, perché so che la mia mi fu mostrata da una mano che è ben al di sopra di me… Cerco solo di essere un modesto strumento e mi sento tutt’altro che grande“.
Jung vedeva se stesso come un vocatus, un chiamato. Possiamo dire che fu un mistagogo, un maestro di iniziazione.
Come lo scienziato esamina la natura fisica fuori di sé, egli esaminava la natura interiore, in modo empirico, studiando la psiche come un oggetto naturale e, così facendo, sperimentò un cammino interiore che varcò i confini conosciuti. Si accostò alla propria psiche come un osservatore attento e generoso, come “un innamorato dell’anima” 1). Ciò che vide lo coinvolse e lo trasformò, così che quel lungo viaggio interiore, che era iniziato nella prima infanzia, assunse alla fine le caratteristiche di un vero e proprio VIAGGIO SCIAMANICO. Questo fu il compito cui si sentiva chiamato e a cui non si sottrasse. In fondo fu sempre, come avrebbe detto Borges: “…un uomo / la cui vera vita si trovava lontano” 2).
Cominceremo parlando della sua famiglia, perché in noi confluiscono linee che vengono dai nostri genitori, in quanto siamo il frutto anche della loro alchimia.
Jung nacque il 26 luglio del 1875 3) in Svizzera, sul lago di Costanza, passò la sua infanzia presso le cascate di Sciaffusa, poi il resto della vita in due abitazioni vicine sul lago di Zurigo, una era la casa dove viveva con moglie e figli, l’altra una specie di rifugio magico, costruito con le sue mani nel bosco, sulla riva del lago, dove si ritirava per meditare a contatto con la natura 4).
La sua vita fu segnata dall’acqua, elemento naturale, fluido, vitale e rigenerante. Quando la madre lo portò per la prima volta al lago di Costanza, restò così incantato che decise di vivere sempre vicino all’acqua 5). Così ebbe due case, una per la famiglia, l’altra come eremitaggio, e ambedue sulle sponde del lago.
Nello stesso modo si sentiva legato all’energia femminile: nella prima parte della sua vita il nume tutelare fu la madre, nella seconda la moglie, che gli fu vicina per 52 anni; importanti furono poi altre figure femminili, allieve o collaboratrici.
Le linee paterne e materne di Jung sono interessanti. Il nonno paterno si chiamava anche lui Carl Gustav Jung e pensava di essere figlio naturale di Goethe; era rettore all’università di Basilea e Gran Maestro della Loggia Massonica, in un tempo in cui la Massoneria era ancora una associazione esoterica di intellettuali.
Il nonno materno era un predicatore, libero docente di lingua ebraica, persona eccentrica e sensitivo, che comunicava con gli spiriti e, una volta la settimana, parlava nel suo studio con la prima moglie defunta, cosa che inquietava un po’ la seconda moglie; e la figlia, che sarà poi la madre di Jung, lo aiutava in questi contatti medianici e aveva ereditato le sue capacità paranormali, che passarono poi a Jung e ad alcuni dei suoi figli. La madre di Jung possedeva quella che si chiama ‘la seconda vista’, aveva capacità particolari e produceva delle materializzazioni che furono viste anche da Jung bambino.
Il padre di Jung era un pastore protestante 6) , persona gentile ma convenzionale, che custodiva in modo diligente la religione formale, una figura debole che Jung criticò ben presto per cercare una propria esperienza interiore più profonda che non coincideva con quella della chiesa istituzionale. Jung disse del padre che era “limitato e alieno dalla natura e dai sogni 7) . I miei genitori praticamente appartenevano ancora al tardo Medioevo. Mio padre era un curato di campagna e si può ben immaginare com’era la gente a quei tempi… le loro idee erano immutate da 1.800 anni… Mio padre era molto democratico ed estremamente tollerante e comprensivo… Era molto diverso da me. Era un uomo prevedibile ma con mia madre invece c’è sempre stato qualcosa di molto problematico” 8). E ancora: “Fui preso da forti dubbi su tutto ciò che mio padre diceva… e che mi sembrava vuoto e trito, come una storia raccontata da chi la conosce solo per sentito dire, senza crederci davvero” 9).
Jung era un bambino ipersensibile, introverso e portato alle fantasie interiori; da piccolo passava interi pomeriggi a fare macchie d‘inchiostro sulla carta, trasformandole in figure immaginarie. Chiese e cimiteri furono i primi posti dove giocò. L’ambiente famigliare era molto religioso e comprendeva ben undici preti.
La figura forte della casa era indubbiamente la madre 10) ; durante il giorno era una donna calda e protettiva, ma di notte subiva una trasformazione, come se emergesse da lei una seconda personalità, con premonizioni, manifestazioni e presenze. Questo lato medianico, inquietante ed oscuro, colpiva il bambino: “Mi accorsi di aver paura di mia madre, ma non durante il giorno. Di giorno mi era nota e prevedibile, ma di notte avevo paura di lei”.
Il bambino vedeva nella camera della madre fantasmi e figure evanescenti, una volta fu spaventato dalla figura di un uomo il cui capo si staccò dal corpo, volteggiando nell’aria. Di giorno la madre era una creatura semplice, vigorosa e calda, un’ottima cuoca, una buona padrona di casa, con un fine umorismo: “Mia madre era un’ottima madre. C’era in lei un grande calore animale, era accogliente, di piacevole compagnia… Prestava attenzioni a tutti e il suo chiacchierio somigliava al gaio zampillare di una fontana… era un’anziana donna cordiale e grassoccia, molto ospitale. Ma poi spuntava all’improvviso la sua personalità inconscia, di una potenza insospettata, una grande figura un po’ triste che possedeva un’indiscussa autorità”.
Questa sua seconda personalità era molto diversa e potente, allora la madre parlava in trance e faceva premonizioni che sembravano venire da profonde lontananze: “Ella era in un certo modo ancorata a un fondo invisibile, che però non appariva collegato alla fede cristiano ma piuttosto agli animali, i monti, i prati, gli alberi, i corsi d’acqua”. Allora non era più la semplice casalinga svizzera ma diventava una figura arcaica, la grande Madre Terra, “la sacerdotessa nella grotta dell’orsa” 11) …la personificazione di una mente naturale”, che parla direttamente dalla Natura, l’antica energia cosmica femminile. Questi fenomeni inquietavano il bambino che vedeva la madre come una veggente. La seconda personalità “si manifestava ogni tanto, ma ogni volta inattesa e tale da incutere timore”.
La duplice personalità della madre generò in Jung un atteggiamento complesso nei confronti della donna in genere (Grande Madre o Strega). Jung ereditò da lei la medianità e quella intuizione universale che Levy-Strauss chiama PARTECIPAZIONE MISTICA, il modo con cui i primitivi comunicano con l’intima essenza della natura, in simbiosi col tutto, “come se l’occhio interiore cogliesse il mondo con un atto di percezione impersonale”.
Se il padre non contò gran che nell’evoluzione di Jung, la madre invece lo influenzò moltissimo; era una cifra DUE, una creatura doppia e complessa. Grazie a lei, il DOPPIO diventò una costante del pensiero junghiano, la cifra di lettura della sua avventura umana 12).
Per tutta la prima parte della sua vita, Jung lavorerà sul doppio, i contrari, le ambivalenze, le polarità e le dualità dell’essere. Nella seconda parte il dualismo sfocerà in una nuova energia, il TRE, o Terzo Momento che riporta all’Uno, unificazione delle due energie primarie, e Jung imparerà a guardare il mondo in un modo unitario, comprensivo dei contrari. Il suo incontro col TAO, l’antica filosofia religiosa cinese, gli mostrerà i legami del percorso col pensiero orientale, induista o taoista. I suoi studi lo convinsero anche che la sua vita era la prosecuzione di un cammino iniziato prima di lui da gnostici, alchimisti e mistici, sia occidentali che orientali. Aveva una interpretazione molto personale del suo compito esistenziale e lo vedeva come parte di un percorso collettivo compiuto da persone diverse in vite successive, per cui la sua vera appartenenza non era tanto alla famiglia di origine ma a un gruppo di anime, unite da un percorso comune. Quando a 69 anni gli venne l’infarto che rischiò di ucciderlo, ebbe una visione in cui gli sembrò di tornare “a quella famiglia di anime a cui da sempre appartengo”.
Il suo concetto di kahrma era molto particolare, non legato alla trasmigrazione dell’anima o alla ‘azione che perdura ’, ma sorretto da un compito spirituale che si compie attraverso molte vite.
La psicoanalisi freudiana è tutta basata sulla figura del padre e in particolare sul conflitto, ambivalenza di odio-amore, generato dal complesso paterno; la psicologia di Jung si incentra invece sulla dominanza della madre, con grandi immagini ‘ambivalenti’ dell’energia femminile che può essere protettiva o distruttiva (complesso materno) 13).
PADRE e MADRE sono i primi ARCHETIPI, le prime immagini fondamentali della struttura psichica, i modelli primari della psiche.
Il matrimonio dei genitori di Jung non fu felice, essi non andavano d’accordo e dormivano in camere separate. Quando il bambino ebbe tre anni, la madre passò alcuni mesi in ospedale per difficoltà inerenti al matrimonio e lui ebbe una CRISI ABBANDONICA: reagì all’assenza della madre con un eczema generalizzato , la sua pelle manifestò con un segnale rosso di pericolo la sofferenza per l’abbandono. Capì allora che amare significa anche soffrire. Da allora disse: ” ’Padre’ significa per me impotenza e ‘madre’ sfiducia” 14) . “Sentivo con diffidenza la parola amore”. Questo giudizio negativo rimase per sempre in sottofondo, anche se poi la sua vita affettiva fu ricca e soddisfacente.
Fatto esperto della duplicità materna, il bambino accettò come fatto naturale che ognuno avesse almeno due personalità e intuì se stesso come due persone diverse: il proprio Io soggettivo e un interlocutore più alto. Dapprima percepiva, accanto al bambino Jung, un personaggio molto più anziano e saggio, un uomo del Settecento, che poteva essere la traccia di una vita precedente, poi vide in sé anche varie figure mitiche, simboliche, personificazioni di parti psichiche, che si avvicendarono come spiriti guida: Abramo, Elia, Filemone…; ognuna sorse con un proprio compito per un certo tempo e fu poi sostituita da altre, come un tutor.
Dietro ogni uomo contingente c’era poi un uomo eterno, che Jung chiama ANTHROPOS, un fondo psichico immutabile e perenne.
Comincia con queste percezioni l’intuizione di un inconscio collettivo.
Il CORPO è la parte visibile dell’uomo, la PSICHE quella invisibile, formata da ricordi, emozioni, volontà…, l’ANIMA è un mediatore ancora più sottile legato al corpo e al suo destino che porta l’uomo verso la spiritualità e deve fargli sentire il suo compito, il suo dover essere; infine c’è lo SPIRITO, che non è legato al corpo né al destino e osserva la nostra esistenza dal di fuori, come osserverà le nostre vite future e come ha osservato quelle passate, esso è più alto e distaccato di qualsiasi cosa possiamo immaginare di noi e non è legato all’esperienza terrena o alle esperienze terrene altro che come osservatore.
L’anima guida la psiche e il corpo, sono due strumenti uniti nella vita terrena nella mutevolezza del tempo e del luogo, secondo i modi contingenti e variabili di una certa configurazione materiale e di certi eventi collegati al destino, ma l’anima comunica con un’altra realtà, lo spirito, che non è di questa terra 15) .
Dicono le Upanishad 16) : “Su un albero ci sono due uccelli: uno si stacca dal ramo, vola, si affanna, fa il nido, cerca il cibo. L’altro sta sul ramo a guardare.
La vita scorre in una data geometria spazio-temporale ma è solo un’apparenza che si muove su uno sfondo eterno; la luce che sta dietro manda alla psiche immagini-guida che possono prendere le sembianze di tutori. Ascoltando le loro voci e riflettendo sui loro simboli, diventa più facile per l’anima sperduta trovare la sua strada e compiere la sua evoluzione. Questo sarà un fondamento di Jung analista, che insegnerà ai suoi pazienti a gestire il teatro delle passioni o TEATRO DELL’ANIMA. Isolerà certi aspetti dell’energia psichica facendone delle PERSONIFICAZIONI (Anima, Animus, Vecchio Saggio, Filemone, Salomè, il Serpente ecc.) e creerà un gioco di comunicazioni e interrelazioni con le figure dell’inconscio, che hanno una loro realtà e la traggono da una dimensione imperitura che si manifesta a noi con forme e simboli. A tratti queste energie si estrinsecano, entrano nell’ambiente esterno e diventano visibili come proiezioni dotate di sostanza e realtà, in grado di comunicare. Non è una posizione spiritica, ma un fenomeno proiettivo. Le personificazioni non sono fantasmi ma figure dell’inconscio.
I fantasmi sono un’altra cosa. Fin da piccolo, Jung è sensibile alle presenze invisibili e spesso terrorizzanti che si muovono per casa e la madre, tacitamente, riconosce che il figlio è centro di fenomeni paranormali che si manifestano improvvisamente. Da queste esperienze discende l’interesse di Jung per l’occultismo, l’esoterismo, la parapsicologia, l’ignoto, il mistero…
Nulla di tutto questo, ovviamente, riguarda Freud, che è un uomo razionale e analitico, attaccato alla visione materiale del mondo, con una conoscenza pragmatica e scientifica.
Per Jung invece la scienza non basta ed egli trova certezze maggiori in un piano soprannaturale che si manifesta attraverso sogni e visioni.
Nella sua vita Jung ridusse al minimo le necessità materiali e i bisogni, come fanno molti saggi, e non si pose mai su un piedistallo ma restò un uomo semplice, che poteva parlare con tutti di tutto e amava lavorare con le mani. La sua realtà interiore era più vasta di quella di Freud, il mondo delle sue percezioni più complesso, e quello che diceva era spesso molto chiaro alle persone semplici e incomprensibile agli intellettuali. Gli si addice la frase di Borges: “Lo scrittore, col passare degli anni, può attingere, se le stelle sono favorevoli, non la semplicità, che non è niente, ma la modesta e segreta complessità”.
DUE PIANI DI REALTÀ
Quando mi dissero che Papà Natale non esisteva restai malissimo, avevo sempre creduto a un ‘mondo parallelo’, che era la parte migliore di questo, e venire a sapere che non c’era mi riempiva di sgomento. Per questo poi ho sempre continuato a cercarlo, nella New Age, nello spiritualismo… la mia anima non si è arresa a quella mancanza…“. (Una ragazza)
Jung vive su molti livelli, il bambino è attraversato da visioni paranormali ed ha un forte contatto col mondo degli spiriti. Vive intensamente la sua vita onirica, sente la potenza dei sogni che possono essere trasformativi o rivelatori, e su alcuni rifletterà per anni, li accetta come frutto di una seconda mente, più lungimirante e saggia.
I sogni sono la chiave per penetrare la parte segreta della vita. Li chiamerà, come Freud, “la via regia per l’inconscio”, rivolgendosi a un mondo di energia e conoscenza che trascende l’uomo. I sogni, dirà, sono una via numinosa, e numen si riferisce e un dio misterioso.
I sogni sono essenziali per penetrare l’inconscio; per Freud mascherano i contenuti rimossi dell’inconscio individuale; per Jung permettono anche l’accesso a una realtà sovramentale: l’inconscio collettivo.
Fin da piccolo Jung sente l’esistenza di due piani di realtà, quella esteriore, pratica, fatta di scelte, lavori, eventi e persone, e quella interiore, ideale, fatta di visioni, sogni, intuizioni e premonizioni. La sua vera vita non è quella degli eventi esterni ma del processo di trasformazione interiore, ed è di questa che parla nell’autobiografia, vero viaggio d’anima. C’è qualcosa di superiore che fluisce in correlazione alla vita esterna dell’uomo, un altro livello che scorre unendo il singolo all’universale 17).
Non tutti i sogni che facciamo sono importanti ma ogni tanto possiamo avere GRANDI SOGNI che non dimentichiamo mai e il cui significato può rivelarsi pian piano o anche decenni dopo. Il primo grande sogno di Jung è un incubo a valenza drammatica, quando ha tre anni.
“Il bambino è nel prato dietro la canonica, vede una fossa scura rettangolare con una scala di pietra che scende in basso, in fondo c’è una porta ad arco, chiusa da una cortina verde-prato, e dietro una sala lunga 10 m, col soffitto a volta di pietra, che sembra un tempio. Un tappeto rosso porta a un trono d’oro con un cuscino rosso e sopra c’è un tronco d’albero lungo 4 o 5 m, una cosa immensa cilindrica di pelle che termina con una testa rotonda con un unico occhio, che guarda fisso in alto. Sopra l’occhio c’è un’aureola luminosa. Il bambino resta paralizzato e sente la voce della madre che dice: “Guardalo! Quello è il divoratore degli uomini!“.
Il bambino è sceso nel luogo profondo e misterioso dove risiede il potere sacro. Ha sognato un enorme dio fallico, la profonda forza creativa presente nelle religioni primitive 18) , collegata alla fertilità ma anche all’aggressività e dunque al pericolo 19). Freud avrebbe detto che questo è un sogno sessuale, ma per Jung invece è una rappresentazione sacra, in cui la sessualità si esprime solo parzialmente nella materia ma discende da una energia primaria più ampia e oscura. L’enorme fallo diventa il simbolo di un’energia cosmica, primordiale. L’occhio lucente in alto è l’apertura del fallo, il cui nome greco (phalos) etimologicamente vuol dire proprio ‘lucente o splendido,’ ma sta a indicare l’energia creativa di Dio, l’energia di luce che dà luogo al mondo. L’onphalos nel mondo greco era l’ombelico o centro del mondo ed era rappresentato da un uovo o da una pietra ovale al centro del tempio. L’onfalo è il ‘punto centrale’, ossia il segno indicativo del collegamento, simile al cordone ombelicale, tra la Madre Terra e il Cielo. L’onfalo più famoso era quello del tempio di Apollo, a Delfi, rappresentato da un cono di marmo. Nel mondo cristiano l’onfalo diventa la mitria o la cupola o anche il battistero, che unisce in sé valenze maschili e femminili 20). L’aureola esalta la potenza dell’energia e la sua sacralità. E l’occhio è uno dei modi con cui viene rappresentato il divino 21) .
L’occhio di Ra
Dunque non si tratta di un fallo umano, ma della potenza divina relativa alla funzione cosmica della fecondazione o creazione, come potrebbe intenderla un primitivo 22). L’espressione materiale dell’energia (il sesso) è solo una parte molto limitata e superficiale dell’energia stessa che, nel suo lato animico e invisibile, trascende totalmente il fenomeno materiale o la peculiarità sessuale.
La visione del tremendo ‘dio fallico’ segna Jung per sempre; da questo momento il ‘divino’ non sarà per lui solo il dio amoroso e benedicente insegnatogli dal padre, ma una energia possente, inquietante e paradossale, che è insieme cielo e inferi, luce e tenebra, bene e male, un Dioniso bifronte, come nell’interezza del Dio biblico, che salva Giacobbe ma gli comanda la morte del figlio, pone il Cristo sulla Terra ma poi lo sacrifica. Questo concetto ambivalente della divinità o dell’Energia sarà sempre presente in Jung, come carattere fondante di ogni archetipo, soprattutto di quello divino. Jung dirà che il Cristianesimo ha indebolito la potenza del sacro, imponendo un dio unilaterale, dimezzato, che è solo bene e luce, un Dio che non spiega perché vi siano il male, la trasgressione, il peccato e la sofferenza. Jung reintegra l’aspetto oscuro che la divinità possedeva anticamente, ricostruendo la sua totalità paradossale. Il problema religioso crea nell’immaginario del bambino una polarità irrisolta. Dopo questo sogno, ogni volta che qualcuno gli parlerà del Gesù celestiale e spiritualizzato, non potrà fare a meno di associargli la terribile divinità sotterranea del sogno, come controfigura tenebrosa. Il bambino, pur educato nella religione pallida e formalista del padre, ha evocato un’altra religione più arcaica, legata ai culti della fecondità e agli elementi ctoni della terra. I preti evangelici di famiglia, neri come becchini, gli sembrano officiare un culto di morti, incolore e sbiadito, mentre nei suoi sogni si manifesta una energia potente e vitale. La stessa immagine del ‘divoratore di uomini ‘ è una immagine perenne nell’inconscio umano e condensa tutti i terrori infantili, l’Orco delle favole, il pesce degli abissi, la balena, la creatura degli Inferi, il mostro dentro di noi o l’apocalittica furia distruttrice dell’energia fuori di noi. Gli Induisti intendono bene questa energia che non è solo protettiva ma anche feroce e raffigurano le divinità con un aspetto benefico ma insieme con braccia tentacolari o collane di teschi.
Nelle visioni antiche, come nelle immagini dell’inconscio, la Grande Energia è la totalità, comprensiva di bene e di male, ma il Cristianesimo ha voluto isolare solo il Bene, facendo del diavolo un antagonista obliquo e secondario, così il Male è restato una forza psichicamente non identificata e rimossa. Jung bambino coglie in modo più vasto l’essenza del problema religioso, ha la capacità di produrre forti rappresentazioni sacre, che sostituiscono un vivace mondo sensoriale di grande intensità emotiva alla modesta ortodossia del padre. Il problema religioso è sempre presente in Jung, mentre Freud se ne disinteressa totalmente, e, nonostante la sua derivazione ebraica, resta un positivista convinto, si dichiara ateo e costringe anche la moglie, figlia di un rabbino, all’inosservanza religiosa.
Quando Jung ebbe 4 anni, la famiglia si spostò presso Basilea in una canonica del 1700, luogo impregnato di presenze fantasmatiche che agì con influssi psicometrici sulla sua psiche 23) .
Il bambino era ipersensibile, solitario e vulnerabile.
A nove anni, gli nacque una sorellina, cosa che lo rese insicuro producendogli una SECONDA CRISI ABBANDONICA, con tosse soffocante e crisi respiratorie in cui vedeva nuvole luminose e figure dorate.
Asma e tosse sono spesso malattia psicosomatiche con una precisa simbologia. Nell’atto della respirazione, l’aria esterna (il mondo fuori di noi) entra dentro di noi, l’aria interna (il mondo dentro di noi) esce, e le due cose si mescolano.
La tosse è un atto di rifiuto violento e inconscio di questa mescolanza tra ciò che si è e ciò che abbiamo intorno.
Una indicazione simile è data dal vomito, in cui si rigetta qualcosa di ambientale, o dalla nausea.
Nel caso del disturbo respiratorio, è come se esso dicesse: “Questa persona non mi accetta. Non voglio che respiri con me, e dunque rigetto violentemente la sua aria, cioè questa relazione. Non posso respirare la sua energia e la rifiuto“.
Anche la diarrea cronica può avere questo significato di liberazione di un contenuto psichico inaccettabile, come se si volesse mandar via un sentimento o una relazione che ci ha fatto soffrire. In casi minori, per es. la paura di un esame, la diarrea indica il desiderio di liberarsi di questa pena.
Ogni volta che siamo toccati nella nostra sicurezza personale, possiamo reagire con un rifiuto corporeo.
Nel sintomo esantemico (eruzione cutanea) il corpo si fa segnale tramite il colore, il gonfiore o la visibilità sulla pelle; nella tosse, lo spasmo mioclonico (spasmo leggero), la nausea, il vomito abbiamo il movimento da dentro in fuori e dunque contro.
RITI PAGANI
C’è un rapporto stretto tra l’anima e la pietra
(Chevalier e Gheerbrant)
Nel giardino dietro la canonica c‘era una grande pietra; il piccolo Jung siede su di essa in meditazione e ha intuizioni molto insolite per la sua età: “Io sto seduto sulla pietra e la pietra sta sotto di me. Ma anche la pietra potrebbe pensare: ‘Io sono posata sul pendio ed egli si siede su di me’. Cosa sono io? Sono colui che è seduto o sono la pietra?“.
La pietra è l’oggetto eterno, situato in un tempo non-tempo, che comunica con l’altrove. La pietra si fa simbolo di infinito; non sta in questa dimensione ma tocca un ‘altro’ luogo. Quando il bambino siede sulla pietra è come se toccasse l’altrove, come fa il primitivo che riconosce intuitivamente la pietra-anima per riporvi la propria visione di eterno. La pietra è “la contraddizione tra il tempo che trascorre e l’identità che perdura” 24). Allo stesso modo il bambino sente in sé qualcosa di eterno, un Altro di cui la pietra è simbolo. C’è qualcosa di molto forte e rassicurante in quel masso. Jung dice: “Io ero solo la somma delle mie emozioni ma la pietra era una cosa senza tempo.” Ciò che è contingente si incontra con ciò che è perenne, con l’impermanente, come direbbe un buddista. L’anima sfiora lo spirito, una dimensione tocca l’altra, l’uomo finito si apre all’infinito. La pietra che non muore svela il carattere effimero e transitorio delle cose che passano: “Io sono l’E’, il Fu e il Sarà” 25).
Se la pietra è l’eterno, la risposta dell’anima al suo richiamo è la nostalgia, perché l’anima in qualche modo ha conosciuto una patria celeste eterna a cui vuole tornare. Platone diceva che l’anima anela a uno stato di pienezza da cui si è separata nascendo: nostalgia è nostos =ritorno e algos = dolore, il dolore per la casa lontana a cui si vuole ritornare; i Tedeschi la chiamano Heimweh (Heim = casa,Weh =dolore), dolore di casa.
Il tempo irreversibile impedisce il ritorno, e tuttavia il percorso in avanti può farsi innalzamento, in cui possiamo tendere là da dove siamo venuti, tornando all’enthousiasmos =essere nel dio, essere parte di Lui 26).
La pietra fisica, di cui il bambino percepisce la forza, si proietterà, con gli studi più tardi dell’alchimia, nella PIETRA ALCHEMICA o FILOSOFALE, simbolo della saggezza suprema dell’uomo trasformato.
Sempre sul lago di Zurigo, a pochi km dalla casa di Jung, era nato lo svizzero PARACELSO, uno dei più grandi alchimisti del 1500, dotto medico, sapiente di tutte le scienze, iniziato che mirava all’uomo integrale, unendo empiria e simbolo. La leggenda narra che un allievo disse a Paracelso: “Voglio che tu mi insegni l’Arte, voglio percorrere al tuo fianco la Via che conduce alla Pietra”. Paracelso rispose: “La Via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta”. Come dice Castaneda “Il percorso è il viandante”.
Ecco come Giorgio Manganelli parla della pietra 27):
Per milioni di anni, per tempi non misurabili, il mondo fu di pietra. La terra fu un sasso coperto da un’epidermide d’erba, acque, carni… L’uomo apparve; nacque su di un sasso che volava per i cieli. L’uomo seppe che la sua vita era posata su un macigno. Per centinaia di millenni l’uomo si pose domande sul sasso. Il sasso era immutabile perché era un dio; il sasso era vivo, di una vita lentissima; il sasso non era vivo e non era morto: era l’essere… L’uomo indagò le pietre e insieme indagava la divinità, il significato, il mondo. Il nostro problema è come interrogare e capire la pietra che ci sta attorno e che ci sta dentro. Se abbiamo centomila anni, la pietra ne ha cento milioni. Forse la pietra ci ha generato. L’uomo guardò nel cielo e vide che, attorno alla pietra su cui viveva, volava in cielo un’altra luminosa pietra. Il cielo era forse una distesa di ciottoli infuocati? Dovunque il vuoto era sfidato e sconfitto dalla pietra, dunque la pietra era reale, era sacra, era un dio. Chiunque guardi una delle pietre formate, portatrici di figure, di segni che la storia dell’uomo ci ha consegnato, avverte che da sempre l’uomo vedeva nella pietra qualcosa di più duraturo non solo delle altre cose, ma del tempo. Dai millenni, le migliaia di millenni, a noi giungono sassi ed ossa. Un sasso lavorato per farsi amigdala o per farsi stele è un oggetto imperituro, terribile, misterioso e sacro. Una ruvida larva di figura segnata sulla pietra ci commuove e ci sconvolge. Forse la figura non è stata aggiunta da mani umane, ma è uscita dal grembo inconsumabile della pietra. La pietra non ha età, non invecchia. La pietra non ha tempo” 28).
Jung bambino non è un comune bambino. O forse siamo noi che minimizziamo i bambini, mentre essi sono viaggiatori appena giunti in questa dimensione, con ancora il bagaglio di un altro sapere, creature che sono un po’ qui un po’ altrove, assorti in un mondo che noi non ricordiamo, che ci guardano a volte con una maturità che non è saggezza ma esperienza.
Com’era naturale, le qualità precocemente introspettive di Jung ragazzo lo isolano dai compagni. “Io sono un solitario- dice- perché intuisco ciò che gli altri ignorano. Ho la capacità di vedere le cose come realmente sono“. Il ragazzo è in contatto con la mente intuitiva, con la sovra-mente, superiore e universale. Spontaneamente crea riti protettivi simili a quelli dell’uomo primitivo. A dieci anni ritaglia nel legno un omino in finanziera e cilindro nero e lo mette a dormire in un astuccio di legno giallo, avvolto in un mantello. Accanto al feticcio pone un sasso del Reno oblungo come un onfalo 29), nerastro e levigato, che dipinge in due metà, bianco e nero, con un rotolino di carta scritto in un alfabeto segreto. Quello è l’IO, la sua pietra magica, il ‘mana’, lo spirito protettivo, un modo per entrare in contatto con la PERSONALITA’ n° 2, portatrice di significati arcani. Ha creato un alter ego, una pietra dell’energia 30), a cui segretamente affida la sua salvezza, come fanno gli aborigeni australiani con i ‘churinga’ 31).
Quando va a scuola, il ragazzo si allontana da casa e frequenta altri ragazzi, si sente insicuro e allora pensa al fantoccino e alla pietra, che sono lontani al sicuro, e ritrova la calma.
Molti popoli primitivi compiono riti simili con le PIETRE-ANIMA. La Pietra-anima rappresenta la parte di noi perpetua ed eterna. L’omino di Jung bambino precorre il Telesforo greco, il portatore di luce, antico rappresentante della vita che compare nei monumenti di Asclepio (dio della salute e della medicina), con mantello e lampada, intento a leggere da un rotolo sacro la vera conoscenza 32). E’ come se noi navigassimo su un oceano oscuro, ma qualcuno, accanto, porta la luce.
Il rapporto col dio fallico, col Telesforo e la pietra-anima sono tracce di un mondo pagano che emerge naturalmente in lui. Più tardi dirà che nella psiche affiorano spontaneamente elementi simbolici eterni, che non vengono dalla tradizione ma appaiono in modo simile nelle culture di popoli diversi, come indicatori universali, nei riti, nei miti, nelle visioni, nei sogni… come provenienti dalla grande memoria arcaica della specie.
A 45 anni, nella seconda casa, suo ritiro spirituale, Jung si troverà a scolpire in legno e pietra feticci simili e chiamerà uno di questi ‘soffio di vita’. Queste pietre scolpite che abitano il suo giardino ricordano i ‘kabir’, statuette di nani o misteriose divinità infernali, o i ‘menhir’, statue di giganti, dell’antico mondo mediterraneo, simboli delle energie della Terra, collegati alla dea Demetra e ai culti della fertilità, o si riallacciano ai Moai dell’isola di Pasqua, numi protettori o guardiani della soglia, che vigilano sull’uomo quando oltrepassa i limiti della sua dimensione umana 33).
Il feticcio di Jung bambino è un kabir, e la pietra oblunga indica l’energia della Madre Terra, dipinta in due colori, bianco e nero, intuizione di un universo duale .
Il Telesforo è uno dei Cabiri (al Kabir = il potente). I Cabiri sono forze della natura, energie potenti, viste come nani o piccole divinità, che proteggono l’inconscio. Poiché sono energie ctonie, ovvero sotterranee, liminari, vengono rappresentate come creature deformi e incompiute. Faust dice: “Vogliono sempre andare oltre /colme di desiderio, non mai sazie/ di quel che è irraggiungibile”. Essi rappresentano i guardiani della soglia, le forze che spingono l’uomo a oltrepassare i limiti del conosciuto e insieme che lo trattengono nella sua dimensione, per cui possono varcare la soglia solo i più degni.
Freud è un cittadino, ma Jung ha la naturalezza di un primitivo, ha preso dalla madre il rapporto col mondo naturale, vive in un mondo fatto di acque, alberi, pietre e cielo, come un antico sciamano che sente le forze della natura come riparatrici e ispiratrici.
Una visitatrice che andò a cercarlo nell’eremo sul lago raccontava: “Alle sue spalle si vedeva una grossa pietra quadrata che egli stesso aveva scolpito anni prima, quando cercava di dare forma alle intuizioni che affioravano in lui, e io mi sentii come se fossi uscita dal tempo per entrare in un mondo interiore dove tutto era importante, privo di fretta, naturale… La forza che emanava da quell’uomo seduto accanto a me era impressionante. Dava una sensazione di potenza e nello stesso tempo di semplicità; era reale, al modo che il cielo e le pietre e gli alberi e l’acqua intorno a lui erano reali” .
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