lunedì 14 marzo 2011

INFORMAZIONE OLISTICA


  • psicosomatica
Psicosomatica

Psicosomatica: un approccio Olistico

psicosomatica
Nel XVII secolo si assiste ad una rivoluzione scientifica grazie al pensiero filosofico di Cartesio, Newton e Galileo. Cartesio (1596-1626) afferma la netta separazione tra mente, o res cogitans, e corpo, o res extensa, per cui il corpo, essendo solo materia, è misurabile come qualunque altro oggetto presente in natura.
Con Newton (1642-1727) si stabiliscono gli assiomi della fisica classica, come il concetto di spazio e tempo assoluti, il rapporto di causa-effetto tra gli eventi, il concetto di materia costituita dalla somma di elementi semplici.
Su tali fondamenti si basa il metodo sperimentale proposto da Galileo (1564-1642), secondo il quale può essere oggetto di osservazione solo ciò che è misurabile e che porti alla formulazione di ipotesi matematiche; ogni esperimento che dimostri la validità delle ipotesi è ripetibile infinite volte e darà il medesimo risultato.
Questi principi vengono ripresi dalla corrente filosofica del Positivismo nell'800 e applicati anche al sapere medico, creando un modello di medicina che resta invariato fino al XX secolo. Si tratta di un modello meccanicistico e riduzionistico che considera il corpo umano una res extensa misurabile, che funziona alla stregua di una macchina complessa, ma scomponibile in elementi più semplici, ossia gli organi e gli apparati, che costituiscono gli "ingranaggi".
La malattia è un cattivo funzionamento della macchina corpo, per questo motivo il malato non conta per il suo aspetto psichico, che è res cogitans, bensì per il sintomo che porta.
La salute coincide con l'assenza della malattia e la cura diventa un protocollo pressoché standard; perciò il processo di guarigione non appartiene al malato, ma è totalmente nelle mani del medico.
Alla fine dell'800 però si affaccia una nuova corrente di pensiero, che comincia ad avere unosguardo globale sull'uomo, in cui non ha più senso scindere res cogitans e res extensa. Si tratta della prima forma di psicosomatica, ancora imbevuta di determinismo, perchè figlia del Positivismo, essa infatti tenta di dimostrare scientificamente l'unione tra mente e corpo, senza tuttavia affermarne ancora l'identità.
psicosomatica
Ma agli inizi dell'900 Jung fornisce la chiave di volta per la definizione della psicosomatica, proponendo unavisione simbolica dell'uomo, che ammette la compresenza di aspetti opposti apparentemente incompatibili per il pensiero razionale, visione che invece non si oppone alla scienza, ma la accompagna.
L'approccio psicosomatico in chiave simbolica sostiene che tutto ciò che avviene in natura, e quindi anche nell'uomo, è regolato da equilibri così complessi che la relazione di causa-effetto è insufficiente a spiegarle.
Jung introduce il concetto di sincronicità, vale a dire la coincidenza temporale di due o più eventi che abbiano un analogo significato, ma che non siano legati da un rapporto causale, bensì da sintonie, da "simpatie". Egli quindi afferma che in natura il legame che esiste tra gli eventi è spesso di tipo sincronico.
L'evento sincronico è favorito da un abbassamento del livello mentale, ossia della coscienza razionale, da un particolare interesse, da intense emozioni, mentre la noia, la diffidenza e il disinteresse sono di ostacolo. Gli elementi spazio e tempo non esercitano alcuna influenza, perché in sé non esistono, ma sono posti dalla coscienza.
Parallelamente, nello stesso periodo in cui Jung espone le sue idee, la fisica quantistica sta mostrando come le leggi causali fino ad allora ritenute valide, siano applicabili solo a grandezze macroscopiche, mentre risultino inadeguate studiando la materia a livello subatomico.
Le esperienze di laboratorio inoltre fanno cadere la validità del concetto di ripetibilità dell'esperimento e di neutralità dello sperimentatore, come se tra lo scienziato e l'oggetto dell'osservazione si creasse una relazione, una compartecipazione, che ricorda molto la sincronicità di cui parla Jung.
In particolare, con uno sguardo microscopico alla materia, la natura stessa della materia sfugge perché diventa onda. Il concetto di "quanto", il mattoncino elementare che costituisce la materia è inafferrabile e bivalente: è contemporaneamente corpuscolo e onda.
Dato che la materia nella forma più intima è identica in tutti gli esseri, anche l'uomo ha questa natura bivalente ed è contemporaneamente materia ed energia. In altre parole si può dire che l'uomo è un evento sincronico di psiche e corpo, decretandone finalmente l'identità.
Un concetto fondamentale introdotto dalla medicina psicosomatica è quello della dimensione d'organo, che può essere definita come la predisposizione che ognuno ha nell'esprimere un sintomo con uno o più organi. Ma è ancora di più: è un modo di essere al mondo, che analogicamente è paragonabile ad un organo o ad un tessuto, in quanto essi esprimono un certo tipo di dimensione psichica.
E' la patologia che si esprime con il "linguaggio" di un certo organo, la dimensione psichica che si palesa a livello fisico.
E' l'archetipo che si somatizza.
In questa visione psicosomatica la malattia diventa un evento centrale nella storia dell'individuo perché racconta parte della vita stessa della persona. La malattia non colpisce un organo, ma coinvolge sincronicamente tutto lo psicosoma.
Inoltre, se la malattia accompagna gli esseri viventi da quando sono comparsi e non è stata eliminata con l'evoluzione, deve avere un senso, deve essere in qualche modo "utile" all'uomo per crescere e per ridisegnare un nuovo equilibrio nella sua vita, perché l'esistenza è un equilibrio dinamico, è ciclicità.
Guarire non significa eliminare i sintomi per tornare allo stato precedente la malattia, ma è accompagnare l'individuo verso il nuovo equilibrio.
La migliore salute possibile quindi non è il benessere assoluto, inteso come assenza di malattia, è invece l'alternanza di salute/malattia perché implica trasformazione e non altera la naturale ciclicità della vita.
La malattia, in conclusione, è un'opportunità per l'individuo. Anche se sembra un'affermazione paradossale, bisogna essere capaci anche di ammalarsi.

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  • Omeopatia
Omeopatia
omeopatia
L'omeopatia è sostanzialmente una cura del terreno, ovvero del substrato individuale che permette allo stato di malattia di instaurarsi. La Malattia è vista come una perturbazione che non permette all'energia vitale di percorre il suo tragitto fisiologico. Laddove per energia vitale si intende qualcosa di impercettibile che governa le funzioni individuali dell'uomo. Pertanto l'omeopatianon va a curare il sintomo, ma va a rinforzare la reattività individuale, laddove esistono della carenze, in maniera tale che il sintomo si presenti con minor frequenza, intensità o meglio ancora non si presenti più. Ovvero, l'Omeopatia fa in modo che l'energia vitale percorra il suo tragitto fisologico senza intralci lungo tale cammino.
Si tratta sostanzialmente di un metodo terapeutico che consiste nel curare le malattie somministrando a dosi infinitesimali delle sostanze suscettibili a dosi sostanziali da provocare nell'uomo sano sintomi simili a quelli che si vogliono combattere nell'ammalato.
La lingua popolare indica spesso con il termine omeopatia tutte le terapie con rimedi non prodotti dall'industria farmaceutica, ed in particolare quelli naturali. Inoltre l'uso linguistico comune indica con il termine omeopatico in genere le sostanze fortemente diluite, anche quando non hanno nulla a che vedere con i rimedi omeopatici.
Il metodo omeopatico nacque nel 1790 dal medico tedesco Samuel Hanhemann. Hanhemann, uomo umile ed onesto, fece del suo lavoro una vera vocazione, sospendendo la sua attività di medico condotto poiché gli sembrava di ingannare la gente con cure e medicine che non curavano affatto, dedicandosi piuttosto ad effettuare traduzioni scientifiche.
E fu proprio traducendo un trattato di farmacologia che apprese che i lavoratori della Cinchona (albero da cui si otteneva la China) si ammalavano di febbri molto simili a quelle provocate dalla malaria, e visto che all'epoca il solo farmaco noto per la cura della malaria era proprio la China, ne dedusse che lo stesso rimedio usato per curarla, in dosi infinitesimamente piccole ne provocava gli effetti.
Da qui nacque la "teoria dei simili", secondo cui quando si somministra ad un malato una sostanza simile alla sua malattia, si stimolano le sue capacità reattive e quindi il processo di guarigione (esposta nell'opera Organon dell'arte di guarire).
Per andare indietro nel tempo anche nelle civiltà Hindu e in quella della medicina cinese si ritrovano concetti simili. Anche Ippocrate (V secolo a.c.) si avvalse della teoria della similitudine ("similia similibus curentur" - "il simile cura il simile"), accanto però a quella dei contrari ("contraria contrariis curentur") che considera invece terapia valida solo quella che agisce opponendosi alla malattia ed ai suoi sintomi. Egli basò la medicina su tali due pilastri, specificando che patologie di cui era sconosciuto l'agente patogeno si curassero applicando la teoria del simile mentre a quelle di cui era nota la causa di dovesse utilizzare la legge dei contrari.
Da qui l'importanza etimologica dei termini omeopatia ed allopatia,
omeo = equo, uguale, simile / pathos = dolore, malattia
allo = altro, diverso, contrario/pathos = dolore, malattia
(la cui definizione è quella di un trattamento che si basa sul raggiungimento dell' effetto inverso a quello causato dalla malattia e che venne appunto usato per la prima volta da HAHNEMANN per designare medicinali e terapie contrapposti all'omeopatia.).
Interessante è anche citare Paracelso (XVI secolo) che fu il più grande studioso di alchimia, la quale aveva grandi affinità con la magia e con la teoria delle signature, che sosteneva la possibilità di cura dei pazienti con sostanze ricavate da materiali che hanno somiglianze con l'organo malato perché esistono similitudini tra l'universo o macrocosmo e l'organismo vivente o microcosmo.
Quindi seppure in maniera di diversa anche egli era un sostenitore del concetto di "similitudine".
Ma ancora Ippocrate con il suo pensiero "vis medicatrix naturae" o "forza terapeutica della natura" (accanto a quello di similia similibus curentur), a sostegno di una principio sancito poi da Hanneman. Il cosiddetto "principio vitale" secondo cui è la natura che ci dona la forza per difenderci contro gli attacchi del mondo esterno, esprimendo i potenziali insiti nel nostro organismo.
Solitamente accade in natura che un'affezione debole, venga cancellata duraturamente da una più forte, se questa, pur essendo qualitativamente diversa, ha manifestazioni simili. Ed è sulla base di ciò che somministrando ad un organismo malato una sostanza artificiale capace di provocare sintomi simili, ma più forti (che però si estinguono molto rapidamente), si spegne l'affezione patologica, liberando la forza dinamica dalla malattia.
Da ciò si evince l'importanza che il rimedio omeopatico rispetti la legge di "similitudine" che è destabilizzate per la malattia in quanto la "distrae" e la induce a pilotare le sue difese naturali per un percorso alternativo che porta al raggiro della malattia stessa. Se il rimedio fosse invece uguale alla malattia stessa, ciò determinerebbe un aggravamento della malattia che ne risulterebbe amplificata in potenza e pertanto ancora più difficile da debellare.
E' per questo che il medico deve essere molto molto bravo a determinare le somiglianze tra un soggetto malato e le caratteristiche di un rimedio, i punti in comune tra di essi.
Le sostanze da cui i rimedi omeopatici si ricavano sono molteplici. Derivano dal regno animale, vegetale, minerale ma anche da sostanze chimiche e prodotti fisiologici o patologici.
Si tratta di sostanze disparate, talune innocue ed utilizzate abitualmente anche sotto altre forme, altre velenose, inquinanti, batteriche, putride, nonché impensabili. Ma tali sostanze le ritroverete nello specifico all'interno di Olos, nel quale sono state predisposte attualmente 139 schede, relative ad i rimedi maggiormente in uso.
Fa sorridere l'affermazione di una medico omeopata inglese, tale Burnett, tratta dal suo libro "50 buone ragioni per diventare omeopata" - ovvero che "la sozzura più immonda diventa oro purissimo quando viene trattata e somministrata omeopaticamente". Da qui ci si rifà al concetto che
  • "L'ambrosia può essere veleno e il veleno può essere ambrosia"
  • Charaka
Persino i farmaci utilizzati in allopatia possono essere trattati attraverso i metodi di diluizione e successione (che vedremo di seguito), per diventare rimedi omeopatici per la cura degli effetti collaterali che essi stessi producono.
Ed ancora gli organi vengono utilizzati per le preparazioni omeopatiche, la cui diluizione sarà scelta in base al disturbo che il paziente presenta. Interessante tenere presente che se si parla di 9CH si tratta di diluizioni "frenanti" ,che rallentano l'attività dell'organo, alla 7CH "regolanti", che ne equilibrano la situazione patologica a carico dell'organo, alla 4CH "stimolanti" che incrementano l'attività dell'organo. Il principio di somministrazione di tela prodotto non è del "simile" ma dell"identico".
Ma per meglio capire di che cosa stiamo parlando è bene chiarire che le sostanze utilizzate si trovano originariamente nello stato liquido oppure solido e che le stesse vengono poi trattate con due procedimenti specifici , ovvero vengono dapprima "diluite", e poi sottoposte ad un procedimento definito di "successione", e ciò al fine di liberare la potenza curativa della sostanza madre riducendone però gli effetti tossici. Tale procedimento da luogo alla cosiddetta dinamizzazione. Essa è la condizione indispensabile per cui un prodotto possa essere definito rimedio omeopatico.
La dinamizzazione sostanzialmente consente alla medicina omeopatica di eliminare tutte quelle malattie denominate "iatrogene" che consistono nello sviluppo di sindromi dovute appunto alla tossicità dei farmaci.
La sigla CH che segue al nome del rimedio si riferisce alla diluizione Centesimale Hanhemanniana. La stessa è preceduta da un numero che si riferisce alle volte che il procedimento di dinamizzazione è stato eseguito.
Per le sostanze solide si procede triturando 1 gr della sostanza madre con 99 gr di lattosio (zucchero di latte, che è una sostanza inerte dal punto di vista omeopatico e quindi rappresenta un ottimo solvente) per un ora. Ripetendo tale procedimento, ovvero prendendo 1 gr della nuova sostanza ottenuta e 99 di lattosio, si ottiene una nuova diluizione alla 2 CH, alla terza volta quindi alla 3CH è possibile solubilizzare in acqua qualsiasi sostanza anche se originariamente la stessa era insolubile. Si metteranno quindi 0,1 gr di sostanza alla 3CH e 10 cc di acqua bidistillata e/o alcool e si scuoterà vigorosamente per 100 volte, producendo una 4CH. Questa è la cosiddetta "succussione".
Da qui si procederà per ottenere le ulteriori diluizioni con il metodo che si utilizza per le sostanze liquide, ovvero si prenderò 1 gtt di tintura madre della sostanza e 99 gtt di acqua e/o alcool (anch'esse sostanze inerti) e si scuoteranno per 100 volte ottenendo la 1CH e come nel caso delle sostanze solide si procederà allo stesso modo sino ad ottenere diluizioni anche molto molto alte.
Esistono altre forme di diluizione che sono quelle decimali (in cui il rapporto tra sostanza e solvente è di 1/10) la cui sigla è D o X, quelle Korsakowiane (a cui non è possibile dare un rapporto preciso tra solvente e soluto) la cui sigla è K, quelle cinquantesimali (in cui si ha un rapporto di 1/500) . Ma si tratta di diluizioni di difficile somministrazione.
Premesso che oltre la 9CH non è più possibile riscontrare la presenza della sostanza di partenza, ma ciò nonostante è provato che i rimedi attraverso i quali si ottengono gli effetti più sorprendenti abbiano diluizioni molto molto alte. Infatti, la potenza del rimedio omeopatico è direttamente proporzionale alla sua diluizione, ovvero più è diluita, maggiori saranno gli effetti benefici.
Esistono diverse forme farmaceutiche di rimedi, ovvero la dose unica composta da tanti piccoli globuli di lattosio, i granuli composti da globuli più grossi, le gocce ed infine le capsule, le supposte o le fiale iniettabili e bevibili e le polveri che però hanno scarsissima applicazione.
La diluizione è soggettiva, e valutata attentamente dal medico ma in linea di massima valgono i principi in base ai quali nelle malattie acute si utilizzino diluzioni basse che vanno dalla 5 alla 12 CH, somministrate più volte al giorno mentre in quelle croniche si usano dosi crescenti dalla 30 alla 200 fino alle altissime.
Se dovesse accadere di somministrare un rimedio sbagliato è bene sapere che esiste un antidoto per ciascun rimedio. In generale la CAMPHORA 30 CH è considerato antidoto universale.
Tutti i rimedi, indipendentemente da quella che sia la formulazione, vanno comunque assunti 1 ora prima di mangiare oppure 1 ora dopo aver mangiato. Si devo sciogliere sotto la lingua, non devono essere masticati, né ingoiati ed non devono assolutamente essere toccati con le mani.
E' necessario evitare la menta (anche nel dentifricio), gli aromi molto forti (ad es. la canfora), i profumi, i solventi, le vernici. Diminuire il consumo di alcolici, sigarette e caffè.

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Oligoterapia
oligoterapia
L'uomo ha utilizzato gli oligoelementi fin dall'antichità a scopi medici, pur non conoscendone la natura chimica, né quali funzioni svolgessero a livello organico, si trattava quindi di un uso puramente empirico.
Il termine Oligoterapia, dal greco oligos = poco, indica un metodo terapeutico basato sulla somministrazione di oligoelementi, a dosi deboli, dell'ordine del milionesimo di grammo.
In senso più ampio, l'oligoterapia utilizza anche elementi minerali che non sono propriamente oligoelementi, ma che appartengono al gruppo degli elementi plastici (Zolfo, Fosforo) o degli elementi maggiori (Magnesio, Potassio).
Nel 1894 Gabriel Bertrand evidenzia il ruolo essenziale svolto dagli oligoelementi come biocatalizzatori, cioè acceleratori delle reazioni chimiche, nella biologia vegetale ed animale. Egli giunge ad affermare (in aperta polemica con l’opinione del tempo che riteneva come impurità la presenza di elementi in traccia): "L’organismo appare come una sorta di oligarchia nella quale enormi masse di elementi passivi sono dominati da un piccolo numero di elementi catalizzatori".
Negli anni '20 J.U. Sutter tratta con successo eczema ed asma bronchiale, con un preparato oleoso a base di Manganese e Rame.
Negli anni '30, il medico francese Jacques Ménétrier sperimenta il preparato di Sutter nella Tbc, ottenendo risultati favorevoli su un gruppo di pazienti che presentavano caratteristiche ben definite. Quindi introduce l'uso sistematico degli oligoelementi in terapia, definendo l'oligoterapia catalitica. L'oligoterapia catalitica si basa sull'impiego di oligoelementi come bio-catalizzatori nel trattamento di manifestazioni funzionali e secondo la teoria delle “Diatesi”. Da un punto di vista quantitativo, l’attività ottimale viene svolta per un apporto in oligoelementi dell’ ordine del milionesimo di grammo.
Ménétrier affermava che una malattia, prima di provocare delle lesioni organiche, inizialmente altera gli scambi biochimici cellulari. E' proprio a questo livello che agiscono gli oligoelementi. Egli infatti scoprì che questi elementi, se somministrati in certe dosi e in una determinata forma fisico-chimica, ripristinano l'equilibrio degli scambi cellulari, con effetti sia sul piano fisico sia su quello psichico. Le ricerche di Ménétrier sono state portate avanti fino ai giorni nostri e hanno permesso di valutare quantitativamente e qualitativamente il ruolo degli oligoelementi nella cellula.
Indicazione elettiva per il trattamento con gli oligoelementi sono i disturbi funzionali, non lesionali. Per questa ragione viene introdotto il termine di Medicina Funzionale per indicare il metodo clinico-terapeutico per lo studio e il trattamento di tali disturbi.
Sono stati definiti oligoelementi essenziali quelli che svolgono una funzione indispensabile alla vita e, per questo motivo, vanno regolarmente assunti con l'alimentazione, nella misura di mg o microgrammi al giorno. Gli oligoelementi essenziali sono: Fluoro, Selenio, Cobalto, Cromo, Rame, Ferro, Manganese, Molibdeno, Nichel, Vanadio, Zinco e Silicio. Essi devono avere queste caratteristiche:
  1. sono presenti in tutti i tessuti sani;
  2. hanno una concentrazione relativamente costante;
  3. in caso di carenza, inducono alterazioni strutturali e fisiologiche;
  4. se somministrati, prevengono o guariscono le alterazioni causate dalla carenza.
Gli Oligoelementi, dunque, pur svolgendo importantissime funzioni, si trovano in piccolissime dosi (dal greco oligos = poco) e, secondo la definizione di Forsenn a metà degli anni '70, essi sono presenti in concentrazione uguale o inferiore allo 0.01% del peso secco del corpo umano.

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  • Naturopatia
Naturopatia

"Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti della malattia
sono come persone che immaginano di poter mandare via l'inverno
spazzando la neve sulla soglia della loro porta.
Non è la neve che causa l'inverno,
ma l'inverno che causa la neve."

Paracelso
naturopatia
La Naturopatia è una disciplina (di antiche origini) che si avvicina al malessere e al disagio con modalità diverse rispetto alla medicina tradizionale (allopatica). Nasce con l'intento di aiutare l'organismo a ristabilire le condizioni di salute alterate da una malattia.
Le origini dell'approccio naturopatico si fanno risalire aIppocrate, padre della medicina, vissuto più di 2000 anni fa; a lui si deve il prezioso primum non nocere, ovvero innanzitutto non nuocere. In medicina naturale, le cure devono coadiuvare l'organismo nel modo più spontaneo possibile.
La Naturopatia utilizza un approccio Olistico (dal greco holos, cioè tutto) alla salute: ogni individuo viene visto nella sua totalità, a prescindere dal singolo disturbo, e unicità, sulla base delle specifiche caratteristiche costituzionali e di stile di vita.
Il nome deriva dal termine latino natura e dal termine greco empatia. La Naturopatia consiste in una visione di empatia con la natura, con i principi naturali che riguardano l'uomo e l'ambiente in cui vive. L'uomo è un essere naturale e il rapporto empatico con il suo stato naturale è la salute. Uno dei compiti fondamentali della Naturopatia è curare la salute...non la malattia.
Il Naturopata non si occupa di diagnosi e terapia (che sono atti riservati al medico). Egli, attraverso l'utilizzo integrato e sinergico di diverse discipline naturali, promuove nella persona le condizioni più favorevoli per conservare / ripristinare l'equilibrio psicofisico, risvegliando la capacità di auto-guarigione innata e insita in ognuno di noi: la forza vitale che muove ciascun essere vivente.
Il principio di fondo, comune a molte discipline olistiche e su cui si basa anche la Medicina Tradizionale Cinese (MTC), è che l'essere vivente possiede, sin dalla nascita, un determinato quantitativo di energia vitale, che governa ogni processo biochimico: è appunto la quantità di energia vitale (che varia nel tempo) di ogni persona a determinarne la salute o la malattia.
Il Naturopata valuta questa "capacità" vitale e aiuta il soggetto a conservarla o a riequilibrarla in caso di alterazioni.
Ippocrate, medico greco noto come il padre della medicina, sosteneva che la salute si basa su uno stile di vita moderato, in particolare su una sana alimentazione, sul pensiero felice e sull'esercizio fisico, che permettono all'organismo di esercitare la "naturale forza guaritrice della natura", ossia la capacità interna di guarirsi.

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Fiori di Bach
Fiori di Bach
Il dott. Edward Bach aveva capito perfettamente che assumere un fiore di Bach ha un senso diverso che prendere un qualunque altro rimedio fitoterapico. Bach non cercava un principio attivo da estrarre dalla pianta, perché, anche se di dimensioni molecolari, è pur sempre materia, una forma lenta di energia, egli voleva trovare un rimedio che fosse pura informazione, energia ad alta frequenza vibrazionale.
I fiori racchiudono infatti gli organi sessuali della pianta, dove si producono i gameti. Quindi nel fiore è contenuta la pianta in potenza perché i gameti portano in sé tutte le informazioni, tutte le possibili combinazioni fenotipiche dell'organismo.
Il fiore possiede gli archetipi funzionali delle funzioni organiche presenti anche nell'uomo, dato che animali e vegetali discendono da una cellula progenitrice comune. L'energia vibrazionale delle piante però è più potente, più pura di quella dell'uomo, soffocata e stratificata a causa di quella razionalità che lo ha portato all'apice della scala evolutiva.
Fiori di Bach
Ma entrando in contatto con un fiore, con la sua vibrazione, l'archetipo funzionale che esso rappresenta comunica con l'analoga funzione dentro di noi e la risveglia, la "risintonizza" sulla sua naturale frequenza, da cui si era allontanata.
Ciò avviene a livello di tutto lo psicosoma, cioè coinvolge sia la componente organica sia quella psichica, che sincronicamente stanno esprimendo la malattia.
Grazie alla sua esperienza di medico, alla sua propensione ad alleviare le sofferenze dell'uomo e al suo grande amore per il mondo vegetale, Edward Bach cercò un rimedio che facesse recuperare all'uomo quel legame profondo e ancestrale che lo lega alla natura e che lo fa sentire parte di essa. Solo riscoprendo la propria essenza l'uomo può infatti essere veramente libero da schemi, sovrastrutture e condizionamenti, perché segue quella che Bach definisce "l'intelligenza del cuore".
Secondo Bach la malattia è causata da interferenze esterne che minano la libertà dell'uomo, gli fanno perdere di vista la sua essenza e il progetto per cui è venuto al mondo. Queste interferenze causano la nascita di stati d'animo che stanno alla base dell'infelicità e della malattia.
Fiori di Bach
Per questo motivo i fiori di Bach non vanno considerati semplicemente come rimedi sintomatici, nell'assumerli non si deve partire dal problema, dal disagio, ma dal fiore stesso e da esso per analogia passare alla funzione alterata nell'uomo.
Bach ha individuato 12 stati d'animo che generano la malattia e che sono: ritegno, paura, irrequietezza o preoccupazione, indecisione, indifferenza, debolezza, dubbio, entusiasmo, ignoranza, impazienza, terrore, dolore. La guarigione passa innanzitutto attraverso la conoscenza di sé, e del fiore che ci rappresenta, o meglio, del fiore che "siamo".
I "dodici guaritori" sono i primi fiori che Bach ha studiato, scoprendo che essi descrivono delle personalità congenite ed in particolare delle precise qualità, perciò sono dei fiori fondamentali, da assumere indipendentemente da situazioni patologiche, ma per accompagnare le diverse fasi della crescita e dell'evoluzione di un essere umano. Essi sono:Impatiens, Mimulus, Clematis, Agrimony, Chicory, Vervain, Cerato, Centaury, Scleranthus, Water Violet, Gentian, Rock Rose. Accanto ad essi ha trovato anche i "sette guaritori", che rappresentano l'enfatizzazione di alcune qualità a causa dell'interazione che ognuno ha con la famiglia, gli amici, il lavoro ecc. Ed essi sono: Goarse, Oak, Heather, Rock Water, Wild Oat, Olive, Vine.
Infine ci sono i diciannove fiori di derivazione o di estensione, che descrivono la tendenza individuale a reagire a ciò che la vita ci presenta, ovviamente, ognuna delle personalità individuate dai dodici guaritori avrà la tendenza a reagire in un certo modo. Essi sono: Cherry Plum, Elm, Pine, Larch, Willow, Aspen, Hornbeam, Sweet Chestnut, Beech, Crab Apple, Walnut, Chestnut Bud, White Chestnut, Red Chestnut, Holly, Wild Rose, Honeysuckle, Star of Bethlehem, Mustard.
Il Rescue Remedy è un rimedio composto da Rock Rose, Clematis, impatiens, Cherry Plum e Star of Bethlehem e funge da "pronto soccorso". In casi d'emergenza come attacchi di panico, svenimenti, convulsioni o in caso di ictus, coma , incidenti, infarti ecc... va assunto per via perlinguale come gli altri fiori, ma se la persona ha perso i sensi, si mette qualche goccia sulle labbra.
I 38 fiori di Bach, escluso i Rescue Remedy, descrivono tutte le sfaccettature, in positivo e in negativo, di ogni personalità, ecco perché è un errore assumerli solo quando si manifesta un disturbo, relegandoli a rimedi sintomatici.
I fiori di Bach sono sostanzialmente delle gocce derivanti dall'infusione di specifici fiori in acqua ed esposti al sole o bolliti.
I diversi rimedi sono la somma dell'azione congiunta dell'acqua e del fuoco, visto che gli elementi terra ed aria sono già presenti nel fiore, la pianta che li ha generati è difatti cresciuta fra la terra e l'aria del cielo.
Il metodo per scegliere i rimedi richiede semplicemente di conoscere gli stati d'animo corrispondenti ad ogni fiore, e quali emozioni bloccate di conseguenza si possono riequilibrare. Non è indispensabile avere delle conoscenze medico-scientifiche o psicologiche, non era questo l'intento di Bach, che invece cercava la semplicità.
Esistono a tale propositi diversi sistemi per effettuare la scelta sul fiore, che non si basano su conoscenze specifiche né operano sulla razionalità dell'operatore né tantomeno su quella del paziente.
Si può infatti utilizzare il test kinesiologico o Touch for Health che consiste nella valutazione della risposta muscolare del paziente alla somministrazione del rimedio. Il test si effettua semplicemente facendo tenere al paziente in una mano il rimedio, mentre sull'altro braccio teso gli si imprime una resistenza, non senza prima aver testato la sua risposta senza che egli tenga in mano nulla.
Da qui a seconda che il rimedio sia in risonanza o meno con la persona varierà la sua resistenza alla pressione, perché il corpo reagisce inconsciamente alle vibrazioni della sostanza testata.
Un altro metodo è quello della scelta dei rimedi tramite l'uso di apposite carte sulle quali sono rappresentati le immagini dei 38 fiori. Si ripongono tali carte dinnanzi al paziente, gli si chiede di sedere in posizione comoda e rilassata, di chiudere gli occhi e quando si sentirà sufficientemente rilassato di scegliere quattro o cinque fiori. La scelta dovrà avvenire d'istinto, piuttosto velocemente, senza pensarci troppo e senza ripensamenti.
Oppure ci si può avvalere di specifici test atti alla valutazione dei fiori necessari

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  • Aromaterapia. Oli Essenziali
Aromaterapia
aromaterapia
Da più di 4000 anni l'uomo ha imparato ad estrarre le essenze aromatiche e ad usarle per vari scopi. Diversi popoli antichi, come gli Egizi, i Greci, i Babilonesi, i Cinesi e gli Indiani, per citarne alcuni, avevano la consuetudine di bruciare l'incenso in presenza del Re, di Sacerdoti o davanti ad oggetti sacri. Speciali e particolari essenze venivano utilizzate per scacciare le presenze negative e per evocare il favore degli dei, o per consentire alle persone di raggiungere livelli di consapevolezza più elevati. Si trattava in ogni caso di situazioni importanti e solenni, poichè le essenze erano considerate preziose, data la difficoltà che richiedeva la loro estrazione.
Ma, oltre che per riti religiosi e funerari, bruciare l'incenso era anche una forma di protezione contro la peste o altre malattie, perciò era già nota la valenza terapeutica, o addirittura preventiva, dell'aromaterapia. Si usavano le essenze per correggere stati di squilibrio, per armonizzare l'energia, per pulire e per purificare ambienti, per provocare stati di rilassamento o di stimolazione.
Aromaterapia
Nel mondo antico il confine tra medicina e magia era molto sottile e restò tale fino al Medioevo, durante il quale le erbe aromatiche tipiche del bacino dell'area mediterranea, come salvia, basilico, menta, rosmarino, timo ecc..., erano inserite in ricette mediche, nonché in ricette magiche.
Infine, gli olii essenziali, detti anche olii eterici, estratti da alcune spezie erano ricercati per i loro effetti afrodisiaci, ecco di seguito alcuni esempi. La noce moscata, nocciolo di un frutto indonesiano, contiene un olio essenziale eccitante, la cui componente principale, la miristicina, è alla base dell' MDA, la "droga dell'amore" degli anni '70 americani. L'olio estratto dalle foglie della cannella, oltre ad essere un popolare rimedio contro il raffreddore, lo si massaggia sugli organi genitali scopo di stimolazione erotica, inoltre, secondo la leggenda, era un ingrediente della bevanda afrodisiaca di Tristano e Isotta. L'essenza di vaniglia, che si sprigiona dalla fermentazione del frutto raccolto e che era usata già dagli Aztechi, sarebbe in grado di combattere l'astenia sessuale, senza rischi per la salute. Nel 1762 un medico tedesco, Zimmerman, affermava nel suo libro On experiences di avere sperimentato l'efficacia della pianta e guarito 342 uomini dichiarati impotenti.
Gli alchimisti, grazie ai loro procedimenti di purificazione sofisticati, iniziarono uno studio più approfondito sulla natura degli olii essenziali, ma soprattutto colsero l'analogia esistente tra le essenze vegetali che si liberano dalla materia grezza e la "quintessenza" dell'uomo, ossia la psiche.
L'essenza aromatica rappresenta la componente più evoluta del mondo vegetale, è l'anima della pianta, contiene la sua "personalità", non a caso il termine essenza, in filosofia, significa la natura più intima e profonda di un essere.
L'olio essenziale è costituito da molecole, è pur sempre materia, ma estremamente purificata e raffinata, è l'informazione che fa da tramite fra il mondo materiale e lo spirito.
Nel Rinascimento e fino al '700 si diffuse l'uso medicinale e cosmetico degli olii eterici, ma con l'avvento dell' Illuminismo e della rivoluzione scientifica, ci si occupò solo di studiare la composizione chimica di queste sostanze, abbandonando gli aspetti analogici e spirituali. Nel XX secolo si arrivò alla sintesi in laboratorio delle molecole aromatiche, che sostituirono le essenze naturali nella produzione dei profumi.
Negli anni '50, grazie agli studi della scuola francese di Valnet, fu possibile riconoscere scientificamente che gli olii essenziali naturali hanno diverse proprietà e sono validi nel trattamento di svariati disturbi, caratteristiche non riscontrabili nelle essenze di sintesi. Ecco le principali proprietà delle essenze:
  • antisettiche e antimicrobiche (chiodi di garofano, cannella, timo, origano, malaleuca, lavanda, neroli...)
  • antireumatiche e antinevralgiche (rosmarino, camomilla, verbena, ginepro...)
  • insettifughe e antiparassitarie (citronella, alloro, cannella, chiodi di garofano, canfora...)
  • espettoranti (eucalipto, mirto, rosmarino, lavanda...)
  • antispastiche (melissa, camomilla, basilico, finocchio...)
  • digestive (arancio, finocchio, cumino, menta, verbena...)
  • tonificanti (rosmarino, pino, basilico, salvia...)
  • stimolanti della sessualità (salvia, santoreggia, cannella...)
  • sedative e riequilibranti (lavanda, camomilla, rosa, melissa, sandalo, fiori d'arancio...)
  • flebotoniche (cipresso, geranio, sandalo, malaleuca...)
  • eudermiche (malaleuca, rosa, rosmarino, fiori d'arancio...)
Ma le più recenti conoscenze di neurofisiologia e psiconeuroendocrinoimmunologia spiegano come le essenze possano agire anche a livello del sistema nervoso, influendo sulle funzioni psichiche, il tono dell'umore e le emozioni.
Le molecole che le compongono sono volatili, cioè passano subito allo stato gassoso e vengono captate dal nostro olfatto, giungendo a contatto con la mucosa nasale, ricca di recettori, e quindi con le terminazioni nervose del nervo olfattivo. Da qui lo stimolo giunge al sistema nervoso centrale. Il cervello riconosce e classifica le essenze e gli odori, lavorando come un trasduttore: il riconoscimento di un odore stimola il sistema limbico, una delle parti più antiche filogeneticamente, preposta alle funzioni più ancestrali ed istintive, come la fuga, la riproduzione, la sopravvivenza. Vengono inoltre stimolate le zone cerebrali legate alle emozioni e alla memoria.
Ciò si traduce nella secrezione di ormoni che giungono con il circolo sanguigno alle cellule dell'organismo.
Come si può notare, tutto il processo non passa attraverso la corteccia cerebrale, quindi non coinvolge la coscienza, è un meccanismo totalmente inconscio, mentre per quanto riguardo la vista e l'udito il passaggio alla corteccia è inevitabile.
Ecco perché spesso leghiamo un odore ad un'esperienza e quando riattualizziamo un'esperienza olfattiva, giudichiamo l'odore buono o cattivo a seconda del contesto culturale, sociale e del tipo di evento vissuto.
Il nostro inconscio parla per simboli ed è proprio sul piano simbolico che si crea un legame tra uomo e pianta, non si spiegherebbe altrimenti come gli antichi potessero sapere quale essenza usare in ogni situazione, non avendo conoscenze di biochimica ed endocrinologia.
Il primo aspetto simbolico si coglie osservando una qualsiasi pianta: essa spinge profondamente le radici nel terreno e le foglie verso la luce, accumulando così sia le energie terrestri che quelle celesti e trasformandole poi in colori e odori, prima di essere disponibili all'uomo. Perciò, attraverso l'incontro con le essenze si risveglia il nostro legame ancestrale con il macrocosmo. Di ogni pianta, oltre all'aspetto botanico, vanno considerati gli aspetti energetico e simbolico, che si ricavano da come cresce, dall'ambiente in cui si trova e dai suoi legami col macrocosmo (pianeta governatore, yin/yang…).
Dal punto di vista energetico, le essenze agiscono a livello del corpo eterico e le indagini a riguardo hanno mostrato che le piante, in particolare fiori ed alberi, possiedono una radiazione energetica molto simile a quella emanata dal corpo eterico dell'uomo. Tale energia è contenuta anche negli olii essenziali, per questo motivo la si può sfruttare per ricaricare la propria aura. L'impercettibile essenza eterica dei fiori e delle piante entra in contatto con i corpi energetici dell'uomo attraverso i chakra, liberando in questi le loro energie curative ed armonizzanti.